Italia (1919-1939)
BELLISSIMO "ORDINE DI SCARICO" SCRITTO E FIRMATO DA GABRIELE D'ANNUNZIO A FIUME IL 1 GIUGNO 1920
Prezzo: venduto - cod. nr. 12444
Disegno di Manca pubblicato sul Pasquino nel 1919

Documento di eccezionale valore storico e collezionistico costituito da un biglietto scritto di suo pugno e firmato dal "Comandante" Gabriele D'Annunzio a Fiume il 1° giugno 1920. Su di un foglietto ad angoli ritagliati ( cm. 16 x 11 ) di carta leggera, che il Poeta utilizzava d'abitudine per le sue brevi disposizioni durante la Reggenza del Carnaro,
D'Annunzio da l'ordine per l'immediato scarico della merce contenuta nel piroscafo "Cicladi". Lo scarico doveva essere effettuato alla presenza del colonnello Morgranori. Il biglietto porta la sua firma preceduta dall'appellativo "Il Comandante" e ben due timbri del 67°Reggimento di Fanteria .
Il piroscafo "Cicladi" era sicuramente una delle tante navi che, senza problemi, forzavano in quei mesi il blocco navale posto alla citta' di Fiume dagli alleati e dal governo italiano di Nitti prima
( soprannominato "Cagoja" da D'Annunzio ) e di Giolitti poi.

Fiume era una delle più floride città dell'impero austro - ungarico e quando questo si decompose alla fine della Grande Guerra e la città venne occupata dalle truppe iugoslave, gli irredentisti insorsero, accampando il fatto che Fiume era un centro etnicamente italiano. Il 12 settembre 1919 D'Annunzio era a Ronchi con un seguito di poche centinaia di uomini; ma ad essi si unirono i legionari di Venturi e buona parte dei Granatieri di Sardegna, che avevano da pochi giorni smobilitato da Fiume. A loro si aggiunsero gli Arditi del generale Zoppi e una compagnia di fanteria. Alle porte della città contesa gli uomini al seguito di D'Annunzio erano oltre duemila, tra granatieri, arditi e fanti. Il generale Pittaluga, successore del generale Grazioli, avrebbe dovuto obbedire agli ordini del suo superiore Badoglio e fermare con le armi questo esercito privato, formato da disertori e comandato da un uomo che si poneva in rotta col governo. Ma al gesto teatrale di D'Annunzio, che aprì il pastrano mostrando la medaglia d'oro e proclamando `Lei non ha che a far tirare su di me, Generale!`, Pittaluga rispose abbracciando il poeta ed entrando con lui in Fiume.
Dopo un anno Giolitti, tornato al potere, concluse con gli alleati il Trattato di Rapallo che lasciava Fiume indipendente. D'Annunzio restava fermo nell'accettare solo ed unicamente l'annessione all'Italia del territorio di Fiume. L'ultimo atto politico rilevante del poeta fu la costituzione della Reggenza, a significare che il potere veniva comunque esercitato in nome del Re d'Italia. Il giorno di Natale del 1920 le truppe regolari entrarono in Fiume, dopo che una cannonata, sparata da una corazzata, aveva colpito la stessa residenza del Comandante.
Dopo il “Natale di Sangue” i legionari, che avevano perso una cinquantina di uomini, abbandonarono Fiume indisturbati; D'Annunzio si trattenne ancora per poche settimane e poi se ne andò, indisturbato anche lui.

Il grande poeta abruzzese aveva debuttato nella vita politica italiana nel 1897 (fu eletto ad Ortona Mare nelle file della destra per poi passare tra le fila dei socialisti tre anni dopo, senza per'altro essere rieletto) ma sino al discorso pronunciato a Quarto (5 maggio 1915), in cui si schierava apertamente e duramente per l'ingresso in guerra dell'Italia contro gli Imperi centrali, non trovò una sua specifica collocazione in campo politico.
Allo scoppio delle ostilità D'Annunzio partì volontario per il fronte a 52 anni meritandosi (caso unico) 5 medaglie d'argento ed una d'oro, rimanendo ferito e perdendo un occhio; fu un abilissimo aviatore.
Nell'elettrico clima postbellico i legionari, che il 12 settembre 1919, partirono da Ronchi (poi ribattezzata Ronchi dei Legionari), presso Monfalcone, con un contingente di 300 irregolari (saliti subito a 1.000 con l'arrivo da Fiume di Giovanni Host-Venturi e delle sue truppe, pure irregolari), raccolsero strada facendo militari, affaristi, sbandati, esaltati, contrabbandieri, arditi, eroi di guerra, patrioti, nazionalisti, socialisti rivoluzionari, avventurieri, anarchici, fuggiaschi, falliti, idealisti di ogni tipo, veterani garibaldini, attori in cerca di pubblicità e quant'altri che si rifacessero ed ispirassero più o meno sinceramente  a quelle gesta spettacolari e pirotecniche (si pensi ai MAS, ovvero motoscafi anti-sommergibili, da D'Annunziuo ribattezzati con il motto "Memento Audere Semper") che pure l'impreparato esercito italiano aveva compiuto nel conflitto appena conclusosi (beffa di Buccari, volo su Vienna, volo su Cattaro, volo su Pola, affondamento della Szent Istvan a Premuda, tutti più o meno orchestrati dal poeta e dai suoi uomini).
Su Vienna il Poeta aveva volato gettando il 9 agosto 1918 centinaia di volantini patriottici (e non bombe), a Cattaro durante il bombardamento aveva riportato 127 fori nella carlinga del suo aereo rimanendo illeso (il 5 ottobre 1918, e ciò gli valse la medaglia d'oro), a Buccari il 10 febbraio 1918 si era guadagnato una taglia austriaca sulla sua testa di ben 20.000 cor

In questo inedito amalgama di uomini trovarono così posto nella Reggenza del Carnaro anche un ministro degli esteri belga (Koschnitzy) ed un alto diplomatico giapponese (Shimoi). Tra i molti c'era pure l'aviatore Keller, resosi famoso, oltre che per le sue arditissime azioni belliche, anche per aver lasciato precipitare sul Campidoglio un vaso da notte; egli arriverà in questa babele di fermenti addirittura a cibarsi solamente di petali di rosa canditi. Con lui c'era un altro noto aviatore, il romagnolo Ettore Muti, avventuriero, già volontario sedicenne alla Grande Guerra (il più giovane di tutto l'esercito italiano) poi combattente in Abissinia e Spagna, convinto fascista decorato sia dalle autorità militari spagnole, sia italiane e sia tedesche (caso unico). Poche volte la storia unì un "materiale umano" così variopinto e capace di generare un fermento tale; i destini di molti di questi uomini prenderanno poi strade diversissime ed a volte contrapposte.

Uno od anche due discorsi al giorno erano pronunciati dal poeta dai balconi del Palazzo della Reggenza ed ognuno di essi finiva, attingendo al giuramento di Perasto, la frase solenne: "Tu con mi, mi con ti", oltre a nuovi motti come: "A chi Fiume? ... A noi!". Decine di motti furono qui creati e molti di essi furono ripresi dal giovane fascismo in cerca di identità; anche i costumi fascisti (camicia nera, coltello e così via) attingevano agli usi degli arditi e dei legionari fiumani, difatti D'Annunzio, certamente artista prima che politico, aveva bene inteso come gli animi risultassero incendiati ed ammaliati da tanta forma, da tanto rumore e da tanto colore (pur cupo e macabro). Nella "fucina" di Fiume D'Annunzio sperimentò talune forme che ebbero grande successo in Italia ed Europa, evidenzioando una grande conoscenza dei sentimenti popolari ed evidenziando un grande ed innato carisma.

        
Sucessivamente agli accordi di Rapallo, D'Annunzio fu fatto sgomberare dalle truppe regolari italiane, tra le quali pure moltissimi parteggiavano per il poeta; visto lo stallo della situazione il palazzo della Reggenza fu bombardato e così D'Annunzio si decise (rimase anche lievemente ferito). L'episodio fu chiamato dal Poeta il "Natale di sangue"; D'Annunzio disse di abbandonare la città per il bene della stessa (ciò avvenne il 7 gennaio 1921 a bordo della stessa Fiat 501 con la quale era entrato il 12 settembre 1919, 482 giorni prima).
Da allora il poeta, ormai cinquantottenne, non trovò più spazio per le proprie azioni, venendo isolato in un dorato esilio al Vittoriale di Gardone ed essendo stato nominato su volere di Mussolini nel marzo 1924 principe di Monte Nevoso. o  

 
Il biglietto a grandezza naturale