Italia (1919-1939)
SPLENDIDO E RARISSIMO OROLOGIO DA TAVOLO A FORMA DI FASCIO LITTORIO CON CARILLON
Prezzo: venduto - cod. nr. 12582
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Bellissimo orologio d'epoca fascista realizzato in metallo cromato, raffigurante un fascio littorio con incorporati un orologio rotondo, perfettamente funzionante, e l'mmagine della "Italia Turrita " che corre su una biga trainata da due cavalli, tenendo in braccio un grande fascio. L'orologio e' marcato "Veglia" e il carillon dell'orologio, anch'esso perfettamente funzionante, suona, se caricato, l'inno fascista "Giovinezza".
Sulla base dell'orologio e' inserita con due viti una targhetta con il numero identificativo del pezzo. L'orologio veniva venduto, o donato a fronte del versamento di un obolo a "parziale beneficio degli Orfani di Guerra delle Colonie Giovani Lavoratori". La sua altezza e' di 36 cm e 12 cm il diametro della base. Questo pezzo straordinario e' stato reperito tra i cimeli di un vecchio gerarca napoletano, da tempo scomparso, e amico personale del Re d'Italia. Un esemplare identico ( ma non cosi' bello ) e' riprodotto a pagina 194 del 1° volume della trilogia "Ieri ho visto il Duce" di Maffei, Raspagni e Sparacino.
L'orologio e' probabilmente databile intorno agli anni trenta.

Nel 1917 per le conseguenze legate alla rotta di Caporetto, con l'invasione del Friuli e del Veneto, quasi 250.000 civili fuggirono oltre il Piave e altri 900.000 rimasero sottoposti ad un regime di occupazione militare. La maggior parte delle famiglie profughe era costituita da donne, vecchi e bambini. Per assistere i bambini ed i ragazzi profughi sorsero numerose iniziative ed istituiti nidi per i più piccoli, corsi scolastici, scuole di lavoro, ricreatori, colonie estive; una serie di interventi tutti fondati sul binomio assistenza-patriottismo. Da ricordare è senza dubbio la Colonia dei Giovani Lavoratori istituita presso il pellagrosario di Città  di Castello da David Levi Morenos, che accolse inizialmente gli orfani della "Casa Paterna" di S. Donà , ma che venne poi riservata ai minori profughi delle province di Belluno e Udine che erano stati affidati all'Umanitaria di Milano perchè avevano smarrito i genitori. L'intento dichiarato era quello di "raccogliere fanciulli profughi, specie di genitori agricoltori, allo scopo di mantenerli, con l'esercizio professionale, nelle loro occupazioni campestri", un'iniziativa che poteva "assumere nell'avvenire grandissima importanza sociale diventando freno efficace al continuo inurbarsi delle popolazioni agricole, conservando braccia alla terra ed elevando a dignità  nuova un lavoro a cui dalla generalità  si guarda con ingiusto dispregio". Si trattava, in sostanza, di una visione paternalista e ruralista che passava attraverso una volontà, nemmeno tanto nascosta, di conservatorismo sociale e che, da questo punto di vista, costituisce un'ulteriore conferma di come durante l'ultimo anno di guerra si fosse cercato in ogni modo di mantenere inalterati i rapporti di classe anche all'interno della popolazione agricola. Alla colonia di Città  di Castello erano ammessi ragazzi fra i 9 e i 14 anni, di sana e robusta costituzione fisica secondo una graduatoria che dava la precedenza ai profughi orfani di guerra, ai figli di genitori dispersi, agli orfani di madre con il padre militare, a coloro che avevano il padre invalido o che provenivano da una famiglia numerosa. All'interno della colonia i ragazzi alternavano lo studio e l'apprendimento dei primi rudimenti di economia agraria, alle esercitazioni pratiche che consistevano nella coltivazione di campi e orti e nella cura della stalla; il tutto secondo i principi di "disciplina, libertà  e responsabilità " e conducendo una "vita semplice e frugale che non sottragga artificiosamente ai necessari sacrifici, ma prepari al sacrificio ed al dolore, elementi fatali della esistenza umana"