Italia (R.S.I.)
DOCUMENTO ORIGINALE SU CARTA INTESTATA, TIMBRO E FIRMA DELLA BRIGATA NERA “CAVALLIN” DI TREVISO PER LA REQUISIZIONE DI UN’AUTOVETTURA APPARTENENTE AL COMANDANTE DELLA NAVE “QUINTINO SELLA”
Prezzo: Euro 180,00 - cod. nr. 14861

Questo documento ufficiale, indirizzato al capo del Gabinetto della Prefettura Repubblicana di Treviso e datato 11 Agosto 1944-XXII , recita: “Prego voler emettere regolare decreto di requisizione per l’autovettura 17704 FI, di proprietà dell’ex-ammiraglio Cini Corrado fu Mario, clandestinamente espatriato. Tale vettura, che risultava occultata, resterà ad uso di questa Brigata Nera. La richiesta ha carattere d’urgenza.”
Sul documento sono presenti il timbro della Brigata Nera con il Fascio Littorio, l’intestazione ufficiale “P.F.R. - Corpo Ausiliario delle Camicie Nere – Brigata Nera “Cavallin” – Treviso”, e la firma del comandante Romano Munari.
Un documento di grande valore storico in quanto, oltre ad attestare la cronica carenza di armi e mezzi da parte delle neo costituite Brigate Nere e gli sforzi dei rispettivi comandi per sopperire alle suddette mancanze, anche requisendo autovetture civili, cita come destinatario del provvedimento il nome di Corrado Cini definendolo “ex-ammiraglio clandestinamente espatriato”. In realtà Corrado Cini era il comandante del cacciatorpediniere “Quintino Sella”, orgoglio della Regia Marina, che l’8 settembre 1943 si trovava alla fonda nell’Arsenale di Venezia. L’11 settembre del ‘43 il maresciallo Badoglio in persona telefona al comandante Corrado Cini e gli ordina di salpare le ancore senza ulteriori indugi per far rotta verso il porto di Brindisi e consegnare la nave agli inglesi.
Il cacciatorpediniere reduce da oltre cento missioni di guerra nelle acque dell’Egeo, era approdato a Venezia a metà giugno per sottoporsi a diverse riparazioni. La nave non sarebbe ancora pronta a salpare. Ma il comandante Cini è un militare di carriera, e un militare di carriera non discute mai gli ordini. Imbarca sul Quintino tutti i soldati italiani che riesce a far salire: quelli che non trovano posto nelle stiveo nei corridoi, si sistemano alla meno peggio sul ponte e nella tuga. Non rimane uno spazio libero neppure nella sala motori.
Alle cinque del pomeriggio, il Quintino Sella molla gli ormeggi e prende il mare. Verso Brindisi già liberata, verso il macello.
A dieci miglia dall’imboccatura del faro di Venezia, l’incontro con le due siluranti tedesche,le Schnellboote 54 e 55, provenienti da Fiume e nascoste dietro due navi mercantili italiane. Il comandante Cini viene avvertito della presenza di due piroscafi civili che battono il tricolore scudato della Regia Marina, ma non li prende neppure in considerazione. La sua attenzione è tutta assorbita da quelle maledetta caldaia n. 2 che proprio non ne vuole sapere di fare il suo dovere. La battaglia dura lo spazio di un attimo. Quando il cacciatorpediniere è a 400 metri, le due Schnellboote escono allo scoperto alzando la bandiera di combattimento della marina germanica e lanciano due siluri. Per il Quintino Sella è una morte rapida. Il primo siluro colpisce appena sotto il ponte di comando. Il secondo squarcia la sala macchine. La nave è troncata letteralmente in due e mentre la prua si inabissa col tagliamare disperatamente rivolto al cielo, la poppa continua la sua corsa assurda per un paio di centinaia di metri, prima di affondare a sua volta.

Secondo la stima di alcuni storici, in quel pugno di minuti, non meno di 270 marinai hanno trovato la morte tra i flutti. Nessuno può neppure affermare con precisione quanti furono i superstiti raccolti dai due piroscafi che avevano fatto da schermo e da alcuni pescherecci subito accorsi. Molti morirono nei giorni seguenti per le ferite riportate; altri subirono pesanti mutilazioni, come il comandante Corrado Cini, cui fu amputata una gamba. L’affondamento del Quintino Sella fu senza dubbio la più grande tragedia marinara del Novecento nell’Adriatico. Eppure, i giornali dell’epoca non riportarono neppure una riga. Né al governo Badoglio né a quello repubblichino faceva piacere che la notizia trapelasse.

Alla luce di questa tragica vicenda appare quanto meno irridente la definizione “espatriato clandestinamente” inserita nel documento a proposito del comandante Cini.

La XX Brigata Nera “Cavallin” di Treviso, che deve il suo nome al Commissario del Fascio di Vidor (TV) Americo Cavallin ucciso dai partigiani il 25/05/1944, che si chiamava inizialmente “Cappellini” e verrà poi denominata “Cavallin” nel 1945, era una delle 41 brigate (una per provincia, più altre 7 brigate “autonome” e 8 brigate “mobili”) istituite nell’Italia settentrionale a partire dal luglio del 1944 (a seguito del decreto legislativo 446/44-XXII del 30/06/1944) e che costituivano il braccio armato del PFR del Segretario Alessandro Pavolini. I comandanti di questa Brigata Nera furono Romano Munari (fino al 14/8/1944), Alfredo Valent (fino al 8/3/1945) e Giacinto Galante (fino allo 25/4/1945). Il Veneto, tra la fine del 1944 e i primi mesi del 1945, era una zona che scottava. Su di un fronte di poco più di un centinaio di km erano schierate ben cinque Brigate Nere, oltre alla Brigata Nera di Treviso, infatti, c'erano quelle di Verona, Vicenza, Padova e Rovigo. In questa zona, infatti, la minaccia era altissima perché qui il CNL schierava i partigiani della “Garibaldi”. La “Cavallin”, fino alla resa dell’aprile del 1945, dovrà affrontare la stessa penuria di armi e di mezzi che frustrava i comandanti delle varie Brigate Nere venete, ed affrontare attacchi partigiani sempre più frequenti e bombardamenti alleati sempre più massicci.

Il cacciatorpediniere "Quintino Sella"
 
  
   

 2-9-2009