 |
 |
 |
Il volume di Benini nell'edizione 1994 dell'editore
"Ponte alle Grazie" di Firenze |
Veramente eccezionale, e per certi versi incredibile, calendarietto tascabile per l'anno ebraico 5701 ( dal 3 ottobre 1940 al 21 settembre 1941 ) stampato dalla Tipografia Boccardo di Torino e compilato da Giacomo Debenedetti, Ufficiante al Tempio di Torino. Da notare come vicino alle date siano indicati anche gli anni dell'Era Fascista XVIII e XIX.
La tipografa G.B. Boccardo era una delle più note nella Torino prebellica e giacomo Debenedetti era un "cantore" che aveva registrato a Tornio, negli anni trenta su dischi Fonotecnica, molti brani utilizzati da Leo Levi, ricercatore italo-israeliano ( Casale MOnferrato 1912 - Gerusalemme 1982 ) che li ha inseriti nelle sue Raccolte di musiche tradizionali degli ebrei in Italia.
Quello che rende straordinario questo reperto è il fatto che sia stato liberamente stampato e distribuito nel 1940, ben due anni dopo l'introduzione delle leggi razziali, e che nella seconda pagina di copertina siano presenti le pubblicità di diverse organizzazioni ebraiche ancora, evidentemente, attive e funzionanti.
Al momento del censimento condotto il 22 agosto 1938 in vista dell’imminente persecuzione decisa dal fascismo la situazione si presentava nei termini seguenti: gli ebrei torinesi si aggiravano intorno ai 3600-3700 e rappresentavano il 5,32 per mille della popolazione cittadina contro l’1,12 per mille a livello nazionale. Essi risiedevano per il 97 per cento nel capoluogo della provincia contro una percentuale del 55 per cento dell’insieme della popolazione. Ad un esame più attento del luogo di residenza si nota altresì che la presenza ebraica tendeva a farsi meno consistente man mano che ci si allontanava dal centro di Torino; come per altri agglomerati urbani dell’Italia centro-settentrionale la passata concentrazione nella zona del ghetto, pur a novant’anni dall’emancipazione, continuava infatti a farsi sentire.
Quanto alle professioni, e quindi anche alla posizione ai vari livelli della società risulta che il gruppo ebraico torinese aveva una composizione medio-alta. Vi era poi, come altrove, una forte presenza di professioni autonome: commercianti, professionisti e artigiani. Va d’altra parte segnalato un gruppo consistente di impiegati, situati ai più diversi gradi delle amministrazioni pubbliche e delle aziende private.
Il fatto di essere classificati come ebrei dalla legislazione emanata da Mussolini nel novembre del 1938 conduceva a innumerevoli forme di limitazione e di emarginazione, fra le altre all’espulsione da scuola per i più piccoli, alla perdita dell’impiego per la gran parte degli adulti, ma anche a conseguenze inerenti la vita più intima delle persone: ad esempio alla messa in discussione del proprio ruolo di capofamiglia per dei padri costretti oramai all’impossibilità di sostenere con il proprio lavoro la vita dei familiari più stretti.
Così, nel loro insieme, gli effetti della svolta antisemita del fascismo finirono per produrre conseguenze molto pesanti, e Torino da questo punto di vista non fece eccezione, per l’allontanamento dal loro posto di lavoro o per le altre innumerevoli vessazioni imposte solo perché ebrei a professionisti rinomati, a imprenditori affermati, a ufficiali pluridecorati, a professori universitari di chiara fama.
Il dato più clamoroso fu che, a partire dal 1938 e per ben cinque anni fino all’8 settembre del 1943, il regime colpì ed emarginò progressivamente una parte certamente minoritaria ma consistente delle élites economiche, amministrative e intellettuali della città. E il colpo risultò tanto più duro per quegli ebrei che, proprio in ragione della loro posizione sociale relativamente tranquilla se non privilegiata o anche solo per il fatto di essersi distaccati dal mondo delle loro origini, si sentivano al riparo e invece dovettero sperimentare in prima persona quanto dolorose fossero le conseguenze del "tradimento" – o così almeno essi lo percepirono – perpetrato nei loro confronti da un Duce pure sin lì tanto ammirato. |