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| Paolo Vita-Finzi, diplomatico e letterato |
Bellissima e rarissima medaglia in oro 18 kt e smalto blu, realizzata nel 1927 da un abilissimo laboratorio orafo tedesco, probabilmente della città di Duesseldorf, per conto dei Fasci Italiani all'Estero della Renania e Westfalia. La medaglia è costruita in due pezzi: una cornice esterna decorata con un motivo a spighe di grano stilizzate, che racchiude la medaglia vera e propria, fissata con quattro piccoli ponti d'oro. Il dritto presenta un grande fascio littorio centrale, inserito abilmente in un fondo di smalto blu con a fianco la data "Anno V". Anche la medaglia ha una cornice decorata con piccole foglie di quercia stilizzate. Il nastro di seta nera è attaccato alla medaglia con un inusuale "gabbia" di filo dorato che forma in basso un nodo Savoia e termina poi con una piccola catena con moschettone cucito in alto al nastro. Il tutto assicura un effetto di eccezionale bellezza a conferma dell'abilità del maestro orafo che l'ha creata. Il rovescio, completamente liscio, contiene solo l'iscrizione su nove righe: "I FASCI/DELLA/RENANIA E WESTFALIA / AL R. VICE CONSOLE DOTT. / PAOLO VITA-FINZI / MEMORI E RICONOSCENTI / OFFRONO / DUESSELDORF / MARZO 1927". Ma è proprio questa dedica che rende la medaglia rarissima e ne accresce eccezionalmente il valore collezionistico.
Paolo Vita-Finzi fu un diplomatico di carriera che però alla carriera diplomatica affiancò quella letteraria, più specificatamente quella saggistica, nella quale un posto a parte occupa la "Antologia apocrifa", pubblicata nel 1927 ( proprio l'anno in cui ricevette questa medaglia ) e rieditata con successivi arricchimenti nel 1933, nel ’61 e nel ’78. Per questa raccolta di parodie di scrittori italiani contemporanei, Vita-Finzi si colloca nella storia della nostra letteratura come il massimo parodista italiano del secolo.
Nato a Torino il 31 marzo 1899 in una famiglia benestante e laica di ebrei di Torino, Vita-Finzi partì volontario per il fronte insieme agli altri "ragazzi del '99" venendo decorato sul Piave e sul Grappa. Al termine del conflitto si laureò in giurisprudenza a Roma. Poco dopo la laurea nel 1924, ottenne per concorso l'incarico di funzionario del ministero degli Esteri dell'Italia mussoliniana. Ritroviamo qui, forse, la radice del paradosso che segna l'intero percorso esistenziale di Vita-Finzi: come poté il giovane intellettuale, erudito e raffinato, amico dei socialisti Gobetti e Gramsci, accettare quei compromessi ufficiali con il regime? Giovanni Spadolini rileva, a questo proposito, che Vita-Finzi "soffrì di quel processo, comune a gran parte degli ebrei italiani, di adattamento a un regime che, a dispetto della sua involuzione autoritaria, sembrava escludere ogni rischio di degenerazione antisemita: quel regime, per capirci, dove Mussolini, conversando con Emil Ludwig, esaltava le virtù nazionali degli 'ebrei' e sottolineava la profonda relazione tra giudaismo e Risorgimento, tra sionismo e patria italiana. Un linguaggio che in quel momento non era sgradito a un settore consistente di destinatari".
E' stato segretario in vari uffici del Ministero degli Affari Esteri, Vice-Console in Germania e in Tunisia, Console nel Caucaso sovietico, esperto alla Conferenza di Stresa per l'Europa Orientale, Capo-Ufficio alla Direzione Affari Politici per l'America del Nord, Console Generale in Rosario e Sydney. Nel 1934 Paolo Vita-Finzi arriva in Argentina come funzionario del ministero degli Esteri e nella sua ultima opera "Giorni Lontani", venuta alla luce tre anni dopo la sua morte avvenuta nel 1986 a Chianciano, ricorda l'iniziale impatto con Buenos Aires "'il gran villaggio" come l'aveva chiamato Lucio Vicente López cinquant'anni prima, con le sue monotone vie parallele e perpendicolari di basse casette bianche, vie a volte lunghe chilometri, sino al numero 4000 o 5000. Monotonia compensata dall'allegra esplosione della vita notturna nel centro, dalle eleganze di Calle Florida, dai ristoranti aperti sino a tardissima ora, quando i canillitas (strilloni) potevano già porgere al cliente il giornale con la data del giorno dopo.
Al suo arrivo a Rosario, Vita-Finzi scopre con meraviglia la presenza di una nutrita colonia piemontese. I suoi appunti riferiti a questo periodo riecheggiano il forte fascino che emana dall'ambiente che lo circonda.
Mentre stava assolvendo còmpiti diplomatici a Rosario, Vita-Finzi riceve un telegramma urgente che lo informa della sua nomina a console generale a Sidney. Nel 1938 ritorna in patria dove è testimone della visita di Hitler a Mussolini. L'affresco che egli dipinge in quell'occasione coglie con vivacità il lato teatrale dell'evento: "Si pensò di basarsi soprattutto sulle rovine per dare all'Urbe un aspetto scenografico, nascondendone alcuni punti con fondali provvisori di compensato o d'altro materiale plastico, pavesati di bandiere e festoni di lauro e illuminando di notte le Terme di Caracalla, l'Arco di Costantino, i Fori, il Colosseo con torce, riflettori e luci di bengala. Gli scettici romani ripetevano l'amaro distico di Trilussa: 'Roma di travertino rifatta di cartone / aspetta l'imbianchino suo prossimo padrone'."
Un'istantanea ci offre un'altra fase di quell'incontro con Hitler: "Vidi Hitler al ricevimento in Campidoglio, il giorno dopo la rivista di Napoli, a non più di due metri di distanza. In quel momento era al fianco della regina Elena, che gli parlava amabilmente, inclinando il capo verso di lui. Il Führer non rispondeva e guardava fisso davanti a sé, con gli occhi grigio-azzurri che spiccavano sul volto arrossato da quelle poche ore di sole napoletano."
Nelle pagine successive di "Giorni lontani", Paolo Vita-Finzi fissa i propri ricordi su quell'ingenuità o quel conformismo che accecò buona parte degli uomini della sua generazione di fronte al fenomeno del quale essi stessi saranno, in seguito, le vittime. Il velo cadde con la promulgazione delle leggi razziali. Vita-Finzi racconta la sua vicenda così: "avrei dovuto capirlo quando all'inizio dell'anno era apparsa su l''Informazione diplomatica', bollettino ufficioso di Mussolini, una dichiarazione secondo la quale il governo fascista si riservava di fare in modo che la parte dei 44 mila ebrei nella vita italiana 'non fosse sproporzionata ai loro meriti individuali e all'importanza numerica della loro comunità ".
Prima ancora che l'esilio diventi l'unica opzione, fra tutte le destinazioni possibili Paolo Vita-Finzi sceglie l'Argentina. Con pudore, l'esiliato scarta immediatamente Rosario, poiché avrebbe "posto 'in una condizione imbarazzante' i funzionari del consolato generale" che quattro anni prima erano stati suoi amici. Il capitolo delle memorie che concerne il secondo viaggio in Argentina si intitola "Si riparte da zero". Vita-Finzi tornava come esule lì dove in precedenza era stato destinato con i titoli e i privilegi che spettavano al suo rango diplomatico. Il ritorno si compie 'da zero': vende la biblioteca, i mobili e tutto ciò che aveva messo insieme e che gli apparteneva.
La lista degli ebrei italiani che egli incontra esuli in Argentina, oltre a essere estesa comprende persone di notevole rilievo, molte delle quali provengono da ambienti diversi. La maggior parte di loro ebbe "una cordiale accoglienza, malgrado qualche inevitabile diffidenza o gelosia". Nell'affrontare con alterne vicende le difficoltà del sopravvivere a Buenos Aires, Vita-Finzi ricorda che a Roma qualcuno gli aveva dato due righe di presentazione per l'amministratore della Nación. Prepara allora due articoli: uno letterario che descrive la terza pagina, un caratteristico aspetto del giornalismo italiano; e un altro di attualità politica sulla penetrazione russa nell'Iran. Il 29 ottobre del 1939, esce il suo primo articolo ed inizia la collaborazione periodica a La Nación. La partenza di Vita-Finzi da Buenos Aires nel 1947 coincide con la comunicazione che lo invita a riprendere la sua carriera diplomatica interrotta, nella veste di console generale a Londra dove rimane fino al 1950. In questo periodo ha preso parte alle trattative italo-jugoslave per l'applicazione del Memorandum di Londra su Trieste, e quale Presidente della Delegazione italiana ha firmato in Tirana l'accordo per la ripresa delle relazioni commerciali italo-albanesi. Negli ultimi anni della carriera stato Ministro in Finlandia (1951-53), Ambasciatore in Norvegia (1955-58), Delegato allAssemblea Generale e al Consiglio Economico delle Nazioni Unite (1959-61). E stato infine Ambasciatore dItalia a Budapest.