Italia fino al 1871
BELLISSIMA E RARISSIMA MEDAGLIA IN BRONZO "ROMA O MORTE" DEDICATA AL PROF. ZANNETTI CHE SALVO' LA GAMBA DI GARIBALDI FERITO ALL'ASPROMONTE NEL 1862
Prezzo: venduto - cod. nr. 18970
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Il Prof. Ferdinando Zannetti

Una delle più belle coniazioni con l'effige di Giuseppe Garibaldi, opera dell'incisore Luigi Gori e coniata dal "Laboratorio Rossi & Fratelli Gori" di Firenze nel 1862. La medaglia, che misura 43 mm di diametro, è completa della sua scatola originale forse più rara della stessa medaglia. Entrambe sono in condizioni eccezionali di conservazione.
Sul dritto è raffigurato Giuseppe Garibaldi, visto frontalmente ed in rilievo, così come l'iconografia dell'epoca ce lo ha trasmesso. Sopra di lui il motto "ROMA O MORTE" e sul bordo inferiore la frase, in caratteri più piccoli, "FERITO IL 29 AGOSTO 1862". Sul bordo rialzato del busto corre la firma "LAB. ROSSI & F.LLI GORI".
Al rovescio la dedica "I VOLONTARI D'ASPROMONTE OFFRONO RICONOSCENTI AL PROF. FERDINANDO ZANNETTI" su quattro righe e la data "23 NOV. 1862" preceduta da un Fascio Repubblicano che le divide.

La medaglia è stata quindi commissionata dai "Volontari d'Aspromonte", cioè dalle camicie rosse che erano al fianco del Generale Garibaldi sull'Aspromonte quel 29 agosto 1862, passato alla storia come la "Giornata dell'Aspromonte", quando il tenenete dei bersaglieri Luigi Ferrari fece fuoco contro Garibaldi, in piedi allo scoperto, colpendolo al malleolo destro mentre un'altra palla di carabina lo colpiva all'anca sinistra. Garibaldi si appoggiò ad un pino (ancor oggi esistente), con in bocca un mezzo toscano. Venne soccorso da tre chirurghi (Ripari, Basile e Albanese), aggregati ai volontari. La ferita al piede non si presentava bene. A temere per primo il rischio di una temibile gangrena gassosa e della amputazione, fu Albanese, già medico di battaglione durante la spedizione dei Mille. L'amputazione era l’intervento in uso, per bloccare la gangrena nei feriti da arma da fuoco, da eseguire rapidamente, spesso direttamente sul campo di battaglia. Il fatto, data la sua grande esperienza di guerra, era ben noto a Garibaldi, che, rivolgendosi ad Albanese, gli disse: "Se credete necessaria l'amputazione, amputate". Un'evidente tumefazione al malleolo colpì l'attenzione del chirurgo che, sospettando una ritenzione del proiettile nel piede, eseguì un taglio longitudinale di circa tre centimetri, in modo da poter estrarre il proiettile. Ma il tentativo fallì. Si decise a quel punto di soprassedere a qualsiasi altro intervento; la lesione venne medicata e fasciata e il ferito, adagiato su una barella di fortuna.

Sopraggiunse dalle linee del Regio Esercito il tenente Rotondo a cavallo: senza salutare intimò a Garibaldi la resa. Il Generale lo rimproverò e lo fece disarmare. Intervenne allora il comandante colonnello Pallavicini che ripeté la richiesta, ma dopo essere sceso da cavallo, parlandogli all'orecchio e con la dovuta cortesia.
Il Generale venne trasportato a braccia in direzione di Scilla. A tarda sera venne ricoverato nella capanna di un pastore di nome Vincenzo, bevve brodo di capra e dormì su un letto improvvisato fatto dei cappotti offerti dagli ufficiali del suo Stato Maggiore. All'alba riprese la marcia e il Generale venne riparato dal sole con un improvvisato ombrello di rami d'alloro. Garibaldi chiese di essere imbarcato su una nave inglese. Tuttavia era prigioniero e, ovviamente, il permesso gli venne rifiutato. Venne invece imbarcato sulla pirofregata Duca di Genova, insieme a Menotti, una decina di ufficiali ed i tre medici. Sbarcato il 2 settembre nel porto militare della Spezia, il Generale fu destinato al Varignano, un x-lazzaretto convertito in stabilimento penitenziario, che allora ospitava 250 condannati ai lavori forzati. Venne alloggiato in un'ala della palazzina del comandante del carcere, una stanza per sé e cinque per familiari e visitatori.

La ferita più insidiosa era quella al piede destro. Il gonfiore dovuto all'artrite (che da anni perseguitava il Generale) rese difficile verificare la posizione della pallottola. Né si era certi della sua reale presenza. Il Generale rischiava seriamente l'amputazione della gamba destra.
Al capezzale di Garibaldi vengono chiamati i più illustri clinici e chirurghi dell'epoca: il professor Francesco Rizzoli di Bologna e il professor Luigi Porta di Pavia. Garibaldi ha già invitato i professori Fernando Zannetti di Pisa e Giovanni Battista Prandina, da Chiavari. Presenti anche i dottori Giuseppe Di Negro da Genova e Timoteo Riboli da Torino, che già avevano curato Garibaldi per altre circostanze. L'obiettivo dei medici è ovvio: salvare Garibaldi dall'amputazione. Nei giorni successivi le condizioni cliniche dell'eroe si aggravano: la tumefazione dal malleolo del piede destro interessa anche la gamba, il dolore è più forte, la febbre alta. La diagnosi, condivisa da tutti i clinici, non ammette dubbi: "ferita da arma da fuoco penetrante nell'articolazione tibio-tarsica, con frattura del malleolo interno, complicata da flemmone per presenza di sospetto corpo estraneo nell'articolazione". La presenza del proiettile nella ferita rimane solo un sospetto senza possibilità di diagnosi oggettiva.
Il 10 settembre, giunge in Italia Richard Partridge, membro del Royal College dei chirurghi di Londra, che ritorna per visitarlo il 31 ottobre, questa volta in compagnia del famoso chirurgo Nikolai Pirogoff da Pietroburgo. Nonostante tanti autorevoli interventi clinici la gamba di Garibaldi continua a peggiorare, tanto che il medico Agostino Bertani evoca di nuovo lo spettro dell'amputazione. Al felice epilogo della vicenda contribuisce l'intuizione del chirurgo napoletano Ferdinando Palasciano che si convince della presenza della pallottola nel piede e consiglia di intervenire al più presto per estrarla. Per l'occasione chiede la consulenza del chirurgo Auguste Nélaton, che giunge da Parigi per visitare Garibaldi, confermando l'ipotesi del proiettile ritenuto. Costretto a rientrare con urgenza in Francia, Nélaton invia ai colleghi in Italia due sondini, di sua invenzione, che terminano con una piccola sfera di porcellana, usati proprio per individuare il proiettili nelle ferite. Introdotta nella ferita, la pallina di porcellana della sonda, a contatto con il piombo del proiettile si annerisce, confermandone la presenza.
La chirurgia a quel tempo non era in grado di intervenire su una ferita che aveva avuto tre mesi di tempo per infettarsi. Così, per estrarre la pallottola conficcata nella gamba destra, il chirurgo Ferdinando Zannetti usò un sistema ingegnoso. Immerse una piccola spugna nella cera calda e poi la lasciò raffreddare in modo che restasse compressa. Poi ne introdusse un filamento lungo e sottile nella ferita. Durante la notte, il calore del corpo fece sciogliere la cera e il frammento di spugna si dilatò, facendo allargare i bordi della ferita. Soltanto allora Zanetti potè introdurre il forcipe e, in pochi secondi, estrasse la pallottola. La piaga cicatrizzò e Garibaldi potè ricominciare a camminare. Era il 23 novembre 1862, la data incisa sulla medaglia.

 

 10-11-2013