Italia (1940-1945)
GRANDE FOTO DEL MARESCIALLO GRAZIANI SCATTATA SULLE ALPI OCCIDENTALI AUTOGRAFATA CON DEDICA
Prezzo: venduto - cod. nr. 15134
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Una copertina del periodico "Il Meridiano d'Italia"

La foto di grande formato ( 29 x 22 cm. ), divenuta ormai famosa e utilizzata in diverse pubblicazioni ritrae in primo piano il Maresciallo Rodolfo Graziani durante una nevicata sulle Alpi Occidentali nel 1944-45, come lui stesso ha appuntato con l'usuale inchiostro verde, sul lato destro. Ma quello che la rende unica è la dedica, scritta e firmata da Graziani nel 1952, alla signora Rosina de Agazio, vedova del giornalista fondatore del periodico "Il Meridiano d'Italia", ucciso dalla "Volante Rossa" la sera del 21 marzo 1947, sulla porta di casa sua in Via Strambio, 5 a Milano. .

Il "Meridiano d'Italia" uscì nel gennaio 1946 ed in breve raggiunse le 50.000 copie di tiratura. Era un settimanale che si rivolgeva agli italiani impegnati "nella produzione e nel lavoro", ma si soffermava anche, con scrupolo e ricerca meticolosa, sulle pagine oscure di chi aveva sabotato il sacrificio di coloro che avevano risposto alla chiamata della patria, o aveva approfittato delle drammatiche emergenze connesse al dopoguerra per lucrare in proprio, spesso con la complicità di apparati attigui al potere. Le inchieste di de Agazio si erano avvicinate troppo alla verità su rapine, violenze e omicidi commessi in nome dell'ideologia antifascista imperante e con la protezione del Partito Comunista. Chi ordinò la fucilazione di Mussolini, l'assassinio di Claretta Petacci e le sedici uccisioni di Dongo? Come fu possibile definire "gerarchi fascisti" un capitano d'aviazione come Pietro Calistri e un impiegato ministeriale come Mario Nudi? Quale organo giudiziario emise quelle sentenze di morte? Per dare una risposta a questi misteri, De Agazio si lanciò in una serie di coraggiose e sensazionali inchieste, pubblicate sul "Meridiano d'Italia" tra le quali quella sull'oro di Dongo: la sua consistenza (pari a 200 milioni di euro odierni), chi se ne impossessò, chi assassinò il "capitano Neri", la partigiana "Gianna" e tutti gli altri che si opponevano alla grande rapina. Fu probabilmente quell'inchiesta a segnare la sorte di Franco De Agazio ad opera di un "commando" della Volante Rossa.

Il nome derivava da un reparto di partigiani comunisti che operava nella zona dell'Ossola. Aveva base nei locali della ex Casa del Fascio di Lambrate (Milano) in via Conte Rosso 12, trasformata dopo il 25 aprile in Casa del Popolo. Era composta da ex partigiani comunisti e operai che ritenevano di proseguire con le loro azioni la Resistenza italiana. Svolgeva funzioni di sostegno nelle attività del partito comunista e del sindacato, in particolare durante gli scioperi e le manifestazioni operaie, durante le quali effettuava il ruolo di servizio d'ordine e protezione dalle forze dell'ordine e dalle rinascenti organizzazioni non comuniste come il il Partito Liberale e quello dell'Uomo qualunque e dalle organizzazioni neofasciste che in quegli anni ritornavano in attività con sedi, giornali e liste elettorali.
Molti dei suoi componenti furono ritenuti responsabili di una serie di omicidi e violenze a danno di persone politicamente legate al passato regime fascista, a partiti ostili a quello comunista come quello Liberale o a quello dell'Uomo Qualunque. Vi furono azioni anche in danno di dirigenti e capi reparto delle fabbriche milanesi ritenuti responsabili di vessazioni (vere o presunte) ai danni degli operai. Il numero totale delle vittime dell'organizzazione è ancora oggi sconosciuto. La Volante Rossa, infatti, era solita fare sparire le proprie vittime senza lasciare tracce o impedendone comunque l'identificazione. Molte sarebbero finite in fondo al Lago Maggiore (dove la Volante aveva una base per l'addestramento alle armi) o negli altiforni delle fabbriche. Spesso simpatizzanti e fiancheggiatori della banda contribuivano al depistaggio delle indagini (quando venivano avviate) spargendo la voce di fughe improvvise delle vittime per luoghi lontani, in genere l'Argentina (già luogo di rifugio di molti fascisti).
Dopo le elezioni del 1948, essendo evidente che il Partito Comunista aveva perso le elezioni e che non si profilava la possibilità di conquistare il potere con la forza, l'organizzazione perse molta della sua importanza ma non cessò l'attività fino al 1949, quando alcuni suoi membri furono tratti in arresto. Il partito comunista, che li aveva a lungo sostenuti, rinnegò l'organizzazione: i vertici furono però aiutati a fuggire in paesi al di là della "Cortina di ferro", mentre diversi appartenenti furono abbandonati al proprio destino.
Il processo si svolse nel 1951 presso il tribunale di Verona. Gli imputati furono 32, di cui 27 in detenzione e 5 latitanti. Le condanne furono 23, di cui 4 all'ergastolo. Eligio Trincheri, condannato all'ergastolo, rimase in carcere fino al 1971, quando fu graziato dal presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat.
I tre elementi di punta dell'organizzazione - Giulio Paggio, Paolo Finardi e Natale Buratto - condannati all'ergastolo, furono aiutati a fuggire al riparo della Cortina di ferro; Giulio Paggio e Paolo Finardi in Cecoslovacchia, Natale Buratto in Unione Sovietica. Vennero tutti graziati dal presidente della Repubblica Sandro Pertini nel 1978.


Questa foto venne consegnata personalmente dal Maresciallo Graziani alla vedova de Agazio, durante una manifestazione per la ricorrenza dell'uccisione di suo marito. La dedica vergata, con inchiostro stilografico verde, e firmata da Graziani recita: "Alla Signora Rosina De Agazio nella ricorrenza del supremo sacrificio dell'uomo che fu esempio di fede e di coraggio supremi. Roma Marzo 1952".

( Notizie storiche tratte dal sito Wikipedia )

 
 

4-10-2010