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| L'ammiraglio Inigo Campioni |
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| R.N. Giulio Cesare, USMM |
Bellissima medaglia in bronzo commemorativa della "Battaglia dello Jonio", svoltasi l'8 e 9 luglio 1940 al largo di Punta Stilo.
La medaglia raffigura sul fronte una mano armata di daga che colpisce i serpenti e la parola "VINCERE". Sul retro l'immagine di alcune navi da battaglia con il motto "NON SI VIENE IMPUNEMENTE CONTRO LE COSTE D'ITALIA". In basso la scritta "BATTAGLIA DELLO JONIO, 8-9 LUGLIO XVIII" e sul bordo destro la sigla dell'incisore "G.G." che sta ad indicare G.Giovagnola. La medaglia in bronzo misura 32 mm di diametro.
La battaglia fu il risultato di due operazioni di scorta convogli. La Royal Navy si stava preparando per la difesa di due convogli, uno da ed uno per Malta. La Regia Marina era in mare per dare la scorta ad un convoglio diretto a Bengasi, in Libia. Il convoglio italiano includeva i piroscafi Esperia, Calitea, Pisani, Foscarini e Barbaro con un totale di 2.190 uomini, 232 autoveicoli e carri armati, 10.445 tonnellate di approvvigionamenti e 5.720 tonnellate di carburanti e lubrificanti. Questo era il primo convoglio mercantile italiano diretto in Libia dall’inizio delle ostilità. L’improvvisa dichiarazione di guerra aveva lasciato le forze armate in Africa Settentrionale completamente impreparate. Il convoglio avrebbe dovuto trasportare personale, materiale e armamento urgentemente richiesto da Italo Balbo. L’Esperia, Calitea, Pisani e Foscarini partirono da Napoli alle 18,00 del 6 luglio sotto la scorta della XIV° Squadriglia (R.N. Procione), mentre il piroscafo Barbaro lasciò Catania alle 11,00 del 7. La velocità prestabilita fu di 14 nodi (convoglio veloce) per poi, a poca distanza da Bengasi, aumentarla a 18 per l’Esperia e la Calitea e rimasta la stessa per il resto del convoglio. I piani d’azione erano stati redatti con l’intenzione di ingannare i britannici facendo loro credere che il convoglio si sarebbe diretto a Tripoli, mentre era diretto al più piccolo porto di Bengasi. Il convoglio, data la sua vitale importanza, fu provvisto di diversi livelli di protezione. Il comandante superiore in mare era l’Amm. Inigo Campioni. Nel frattempo, il sommergibile Beilul aveva informato Supermarina che, alle 23,40 del 7 luglio, aveva condotto un attacco contro alcuni cacciatorpediniere britannici e che la reazione era stata particolarmente dura. Il sommergibile trasmettete queste informazioni mentre era di ritorno a Leros. Alle 07,10, dopo che la ricognizione aerea non aveva dato alcun risultato (non poteva essere altrimenti dato che i britannici non c’erano), Campioni diede ordini al convoglio di ritornare sulla rotta originaria per Bengasi con la VII° Divisione e la scorta minore.
L’azione britannica, denominata M.A.5, era invece stata concepita con lo scopo di completare il duplice passaggio di due convogli; MF e MS. Il primo includeva tre piroscafi ad una velocità di 13 nodi, mentre il secondo avrebbe incluso quattro piroscafi alla velocità di soli 9 nodi. Parte dei piani britannici includeva anche la possibilità di confrontarsi con la flotta Italiana in uno scontro diretto "se la possibilità si presentasse...". I convogli sarebbero stati scortati da tre gruppi diversi. Forza A, con la 7° Divisione dell’Amm. Towey (5 incrociatori, Gloucester, Liverpool, Neptune, Orion, Sydney ed un cacciatorpediniere), forza B dell’Amm. Cunningham (corazzata Warspite e 5 cacciatorpediniere; Nubian, Mohawk, Hero, Herewad,Decoy) e la forza C, al comando dell’Amm Pridham-Wippel. (due corazzate, Royal Soveregn e Malaya, una portaerei, Eagle e 10 (2) cacciatorpediniere; Hyperion, Hostile, Hasty, Dainty, Defender, Juno, Janus, Stuart, Vampire, Voyager). Intanto da Gibilterra prese forma anche una manovra diversiva della flotta inglese, volta a confondere le idee agli italiani, al comando dell'Ammiraglio Somerville.
Presero il mare le corazzate Hood, Revenge e Valiant, la portaerei Ark Royal, gli incrociatori leggeri Enterprise, Emerald, Arethusa e 13 cacciatorpediniere. Supermarina venne a conoscenza di questi movimenti ma li interpretò giustamente per quello che erano, ciò, come detto, un'azione diversiva. Fu disposto pertanto di attaccare questa formazione solo con l'Aeronautica, e durante uno di questi attacchi il caccia Escort, colpito dai bombardieri, fu poi affondato dal sommergibile Guglielmo Marconi il giorno 11 luglio, quando era ormai vicino a Gibilterra.
Intanto l'Aeronautica dell'Egeo, individuata la formazione inglese, attaccò con bombardieri S.M. 79 e S.M. 81 tra le 10.00 e le 18.40, mediamente dalla quota di circa 3.000 metri, con bombe da 100 e da 250 kg.
Alle 18.30 fu colpito l'incrociatore Gloucester, del quale fu distrutta la direzione di tiro principale e fu danneggiato il timone. A causa di questi danni non prenderà parte allo scontro con le navi italiane.
Da notare che dalla portaerei Eagle, dotata solo di aerosiluranti, non si alzò in volo nessun velivolo per contrastare i bombardamenti italiani, giudicati oltretutto pesanti e precisi dall'Ammiraglio Cunningham.
Infine alle 14.40 due idrovolanti CANT Z. 506 partiti dalla base africana di Tobruk avvistarono la flotta inglese ed iniziarono a tallonarla.
Intanto, fra le 18.00 e le 22.00 il convoglio italiano era entrato nei porti libici, a Bengasi principalmente, e la compagine da guerra della formazione aveva invertito la rotta per tornare alle proprie basi.
Alle 18.28 avveniva tra le fila italiane un episodio che provocherà numerose polemiche: la formazione dell'Ammiraglio Campioni fu sorvolata da un gruppo di aerei che la attaccarono: si trattava di bombardieri S.M. 79 che avevano portato avanti l'attacco per errore, non avendo ricnosciuto le navi per italiane, fortunatamente senza mettere a segno nessuna bomba. Da parte inglese si era a conoscenza dei movimenti italiani dalle 15.10, quando la formazione fu scoperta da un idrovolante Sunderland britannico.
Iniziava così la notte tra l'8 e il 9 luglio 1940, che passò per entrambi nell'attesa di uno scontro ormai inevitabile, mentre le due formazioni navigavano a 20 nodi l'una verso l'altra.Alle 11.45 Cunningham, conoscendo la posizione della formazione italiana, dal momento che questa era tallonata da un Sunderland, lanciò all'attacco 9 aerosiluranti Fairey Swordfish decollati dalla portaerei Eagle, i quali lanciarono i loro siluri senza colpire alcun bersaglio.
Il primo avvistamento da parte italiana si ebbe alle 13.30 ad opera di un CANT Z. 501 della ricognizione marittima partito da terra, ed a seguito di ciò Campioni fece decollare tre idrovolanti da tre dei suoi incrociatori leggeri che, individuata a loro volta la flotta nemica, ne comunicarono con estrema precisione composizione, posizione e velocità.
Nel frattempo la formazione italiana fu decurtata degli incrociatori leggeri Cadorna e Diaz, che dovettero rientrare alle basi per avarie agli apparati motori.
Il primo avvistamento da parte inglese di navi si ebbe alle 14.52, quando gli incrociatori inglesi Neptune e Orion avvistarono alcuni cacciatorpediniere italiani, mentre alle 15.05 fu la volta degli italiani di avvistare il nemico. Iniziava lo scontro.
Alle 15.20 l'VIII divisione incrociatori leggeri aprì il fuoco contro il nemico dalla notevole distanza di 20.000 metri con le artiglierie da 152 mm, seguita alle 15.26 dalle navi della IV divisione.
Alle 15.31 il contatto balistico cessò per l'intervento delle navi da battaglia.
Alle 15.23 infatti i cannoni da 381 mm della corazzata Warspite aprirono il fuoco contro la IV e la VII divisione dalla enorme distanza di 24.000 metri, quindi gli incrociatori italiani ripiegarono portandosi dietro alle navi da battaglia ed agli incrociatori pesanti.
I grossi calibri si scontrarono poco dopo, alle 15.53, quando il Cesare, aprì il fuoco contro il Warspite dalla bella distanza di 26.000 metri, seguito poco dopo dal Cavour dalla distanza addirittura di 30.000 metri.
Anche gli incrociatori pesanti portarono a tiro i loro 203 mm ed aprirono a loro volta il fuoco.
Il tiro italiano fu subito diretto con precisione sul bersaglio, ma le salve apparivano disperse, come constatato anche dagli inglesi, il Warspite aprì il fuoco quando la distanza scese a 22.000 metri, con tiro a sua volta disperso. Il Malaya, lontano e lento, cessò il fuoco quasi immediatamente. Nel frattempo gli incrociatori pesanti italiani avevano diretto il fuoco contro gli incrociatori leggeri britannici.
Alle 16.00 in punto il Cesare, inquadrato da una salva del Warspite, fu centrato da un colpo estremamente fortunato sul lato di dritta. Il proiettile, da 381 mm, centrò il fumaiolo poppiero attraversandolo, perforò il ponte di castello, attraversò un deposito di munizioni dell'artiglieria contraerea e si fermò sul lato interno della corazza della murata senza esplodere. I danni furono di lieve entità, ma il fumo dell'incendio sviluppatosi da una delle riservette delle contraeree da 37 mm venne aspirato dalle prese d'aria della sala macchine, cosicché quattro delle otto caldaie della nave dovettero essere arrestate, e la velocità scese a 18 nodi, facendola restare indietro rispetto al Cavour. L'energia elettrica di bordo inoltre venne a mancare per circa 30 secondi.
In breve però poterono essere ripristinate due delle quattro caldaie danneggiate e la nave poté riprendere la sua navigazione ad elevata velocità. A questo punto la battaglia di Punta Stilo si può considerare conclusa. Il contatto venne rotto alle 16.45, da Cunningham invertendo la rotta, da Campioni in virtù della sua rotta divergente dalle navi britanniche.
Infine si può dire che intorno alle 16.15 la formazione italiana fu nuovamente attaccata da 9 Swordfish decollati dalla Eagle, che però non misero a segno alcun siluro. Aveva così fine il primo scontro della storia tra la Royal Navy e la Regia Marina. Si trattò in pratica di un pareggio, in quando non vi fu perdita di navi, se si esclude il caccia Escort, facente parte della formazione che non partecipò alla battaglia.
I danni subiti dalla flotta italiana consistettero nel già citato colpo da 381 a bordo del Cesare, e da tre proietti da 152 sparati dal Neptune che centrarono il Bolzano , dove si ebbe il lieve danneggiamento del timone, la distruzione di un impianto lanciasiluri e l'apertura di una falla a poppa. La nave però continuò a combattere senza problemi per tutta la durata del contatto balistico navigando alla massima velocità.
I danni inglesi, oltre all'affondamento del caccia Escort, consistettero nel danneggiamento del Gloucester, di cui si è già parlato, e in vari danni di lieve entità provocati da schegge.
( Notizie storiche tratte dal sito Digilander e dal sito "Regia Marina Italiana" )