Italia ( 1872-1913 )
MEDAGLIA D'ARGENTO PER IL TERREMOTO CALABRO-SICULO DEL 1908 CON NASTRO D'EPOCA
Prezzo: Euro 140,00 - cod. nr. 16108
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L'area colpita dal terremoto
Panorama della città di Messina ridotta ad un cumulo di macerie

Medaglia in argento completa di nastro originale d'epoca nei colori bianco-verde (definitivi), coniata nel 1910 dalla Regia Zecca di Stato su disegno dell'incisore L.Giorgi.
Con R.D. 20-2-1910, n° 79 venne istitutita questa medaglia commemorativa per premiare le opere di soccorso, le azioni generose e filantropiche compiute nei luoghi devastati dal terremoto del 28 dicembre 1908. A differenza della medaglia del 1909 che gratificava il "pronto soccorso" e l'azione filantropica in generale verso le popolazioni colpite, questa medaglia premiava l'opera prestata sul luogo e in piena emergenza dal giorno del sisma fino al 31 marzo 1909. Fu concessa anche al personale delle organizzazioni umanitarie straniere ed e' entrata nel medagliere britannico con decreto di Re Giorgio V , con il quale si autorizzava sia l'accettazione che il porto dell'insegna.
La medaglia ha un diametro di 31 mm.
Sotto alla testa del Re è presente, con lettere a rilievo, il nome dell'incisore "L. GIORGI".

Il 28 dicembre 1908, lunedì, alle ore 5,21 del mattino, nella piena oscurità e con gli abitanti in parte immersi nel sonno, un terremoto, che raggiunse il 10° grado della scala Mercalli, accompagnato da maremoto, mise a soqquadro le coste calabro-sicule con numerose scosse devastanti. La città di Messina, con il crollo di circa il 90% dei suoi edifici, fu sostanzialmente rasa al suolo. Gravissimi i danni riportati da Reggio Calabria e da molteplici altri centri abitati del circondario. Sconvolte le vie di comunicazione stradali e ferroviarie nonchè le linee telegrafiche e telefoniche. L'illuminazione stradale e cittadina venne di colpo a mancare a Messina, Reggio, Villa San Giovanni e Palmi, a causa dei guasti che si produssero nei cavi dell'energia elettrica e della rottura dei tubi del gas. A Reggio Calabria andarono distrutte fra le altre, la villa Genoese-Zerbi e i palazzi Mantica, Ramirez e Rettano, nonchè diversi edifici pubblici. Caserme ed ospedali subirono gravi danni, 600 le vittime del 22° fanteria dislocate nella caserma Mezzacapo, all'Ospedale civile, su 230 malati ricoverati se ne salvarono solo 29.
A Messina, maggiormente sinistrata, rimasero sotto le macerie ricchi e poveri, autorità civili e militari. Nella nuvola di polvere che oscurò il cielo, sotto una pioggia torrenziale ed al buio, i sopravissuti inebetiti dalla sventura e
semivestiti non riuscirono a realizzare immediatamente l'accaduto. Alcuni si diressero verso il mare, altri rimasero nei pressi delle loro abitazioni nel generoso tentativo di portare soccorso a familiari ed amici. Qui furono colti dalle esplosioni e dagli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubature interrotte. Ai danni provocati dalle scosse sismiche ed a quello degli incendi si aggiunsero quelli cagionati dal mare. Improvvisamente le acque si ritirarono e dopo pochi minuti almeno tre grandi ondate aggiunsero al già tragico bilancio altra distruzione e morte. Onde gigantesche, alte oltre 10 metri, raggiunsero il litorale spazzando e schiantando quanto esistente.
Alcune navi alla fonda furono danneggiate, altre riuscirono a mantenere gli ormeggi entrando in collisione l'una con l'altra ma subendo danni limitati.

Alle otto del mattino della stessa giornata del 28, la torpediniera "Saffo" riuscì ad aprirsi un varco fra i rottami del porto. I suoi uomini e quelli della R.N. "Piemonte" sbarcarono dando così inizio alle prime opere di soccorso.

La prima notizia ufficiale del disastro giunse col telegramma trasmesso da Marina di Nicotera dal comandante della torpediniera Spica. Il ministro della marina fece comunicare alla divisione navale in navigazione nelle acque della
Sardegna di cambiare rotta e dirigersi verso la zona disastrata. Una squadra navale russa alla fonda ad Augusta si diresse a tutta forza verso la città. Subito dopo fecero la loro comparsa le navi da guerra inglesi. Alcuni equipaggi scesi a terra furono immediatamente impiegati nelle operazioni di soccorso caricando a bordo sfollati e feriti e concorrendo generosamente ad azioni di salvataggio e di polizia. Subito dopo arrivarono le navi italiane che si ancorarono ormai in terza fila. Il Re e la regina arrivarono all'alba del 30.
Le navi da guerra, trasformate ormai in ospedali e trasporti, caricati i feriti fecero poi la spola con Napoli ed altre città costiere occupandosi anche di trasferire le truppe già concentrate nei porti ed in attesa di destinazione. 
Il mondo intero si commosse: capi di Stato, di Governo ed il Papa, Pio X, espressero il loro cordoglio ed inviarono notevoli aiuti anche finanziari. Unità da guerra francesi, tedesche, spagnole, greche, e di altre nazionalità lasciarono i loro ormeggi e, raggiunte le due sponde dello stretto, misero a disposizione anche i propri equipaggi per provvedere a quanto necessario distinguendosi peraltro nel corso delle azioni cui presero parte.
Gravissimo fu il bilancio delle vittime: Messina, che all’epoca contava circa 140.000 abitanti, ne perse circa 80.000 e Reggio Calabria registrò circa 15.000 morti su una popolazione di 45.000 abitanti. Secondo altre stime si raggiunse la cifra impressionante di 120.000 vittime, 80.000 in Sicilia e 40.000 in Calabria. Altissimo fu il numero dei feriti e catastrofici furono i danni materiali. Numerosissime scosse di assestamento si ripeterono nelle giornate successive e fin quasi alla fine del mese di marzo 1909. 
( Notizie storiche tratte dal sito "Cronologia" )
 

 
 
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 9-9-2011