Italia fino al 1871
RARISSIMA MEDAGLIA ORIGINALE AL VALORE RILASCIATA AD UN "DIFENSORE DI VENEZIA" 1848-49 CON NASTRO D'EPOCA
Prezzo: Euro 750,00 - cod. nr. 15310
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Daniele Manin mentre parla alla folla in piazza San Marco

Bellissima e rarissima medaglia d'argento al valore militare rilasciata dal Governo Provvisiorio della Repubblica Veneta di San Marco ad un "Difensore di Venezia", cioe' ad uno di coloro, giunti un po' da ogni parte d'Italia, che si batterono e spesso si sacrificarono per difendere la liberta' di Venezia dal dominio austriaco nel 1848 e 1849.

Provenendo dai cimeli personali del Tenente Colonnello Livio Bragadin, veterano della guerra italo-turca, della prima guerra mondiale e della campagna d'Etiopia, decorato con quattro medaglie di bronzo, è praticamente certo che la medaglia era stata assegnata ad un suo stretto parente ( padre o zio ) membro di quella nobile famiglia che tante glorie ha dato a Venezia.
La medaglia, che misura 32 mm di diametro e pesa 12 gr., e' stata coniata sicuramente nel 1849 ( vedi H. von Heyden "Segni d'onore e distintivi del Regno d'Italia e degli ex Stati Italiani" pag. 169-170 ) ed e' completa del suo nastro originale d'epoca, rosso scuro orlato di giallo ( I colori della Repubblica Veneta ) che mostra tutti i segni dei più dei 150 anni trascorsi e conserva ancora un chiodo con il quale era stato fissato ad una bacheca.
Quasi tutte le medaglie, presenti oggi sul mercato collezionistico sono prive di nastro o completate da un nastro adeguato ma non coevo.

 

 
Ad accendere gli animi (non solo a Venezia ma in mezza Europa) fu la notizia della rivoluzione parigina; ma a dar fuoco alla miccia fu soprattutto quella viennese, scoppiata il 13 marzo 1848; la notizia giunse da Trieste con una nave a Venezia il 17,  e fu questa notizia a scatenare l'insurrezione non solo a Venezia ma in tutto il Veneto e in Lombardia. La popolazione minacciosa si concentrò su piazza San Marco e il suo primo pensiero fu quello di andare all'assalto dell'Arsenale e dirigersi al palazzo del governatore per far immediatamente liberare Manin e Tommaseo dalle carceri. Il governatore conte Luigi Pallfy, dopo breve esitare, temendo di provocare l'ira della moltitudine con un rifiuto, o meglio per salvare la pelle, ordinò la liberazione dei due patrioti, i quali furono tratti dal carcere e portati in trionfo dalla folla esultante in piazza S. Marco. La cacciata da Venezia degli Austriaci, con la lunga, eroica, disperata resistenza della città all'asssedio degli oppressori, rappresentano, senza dubbio due episodi che sono tra i più eroici e sfolgoranti della storia e della riscossa dei Veneziani. Daniele Manin, portato in trionfo a Piazza San Marco, fu posto a capo del Governo provvisorio. Nello stesso giorno (22 marzo) fu proclamata la Nuova Repubblica Veneta di San Marco e Manin fu eletto ovviamente  presidente.

Ma triste notizie cominciavano a giungere a Venezia da ogni parte, soprattutto dalla Lombardia dopo la rovinosa,  maldestra e piuttosto ambigua guerra di Carlo Alberto; gli Austriaci  una dietro l'altra riconquistavano le città che si erano autonomamente liberate; Udine, Belluno, Vicenza, Padova, sull'onda emotiva del momento, erano insorte emulando Venezia e Milano, ma avevano dovuto purtroppo cedere dopo un'eroica resistenza combattuta dentro le città, nelle stesse strade cittadine. Sembrava che Venezia soltanto fosse rimasta a lottare compatta per la propria libertà e la sua indipendenza.
L' 11 ottobre 1848 -dopo già sette mesi di assedio- riunitasi l'Assemblea, furono confermati i pieni poteri al Manin, al Cavedalis e al Graziani. Passarono i mesi, e si entrò nel successivo anno. Gli austriaci nel frattempo concentrarono sulla terra ferma truppe e cannoni decisi a punire severamente la Serenissima; era solo una questione di tempo. E il tempo non giocò a favore dei Veneziani.

Il 27 marzo 1849 l'Haynau, successo al Welden nel comando dell'assedio di Venezia, comunicava a Manin l'esito (disatroso) della battaglia di Novara di Carlo Alberto (23 marzo) e lo invitava a desistere da un'inutile resistenza e "a riconsegnar la città al legittimo sovrano" aggiungendo che "era ancora possibile con una resa, con una pronta sottomissione e il ritorno al proprio dovere, ottenere delle condizioni vantaggiose, non ottenibili però qualora la città persisteva nella rivoluzione."
Tutto il mese di marzo era stato impiegato dagli assediati in opere di difesa, mentre gli assedianti occupati a restringere il blocco e a prepararsi per il definitivo assalto.

Radetzky dopo aver quasi risolta la situazione a Milano, concentrò trentamila soldati davanti a Marghera per prepararsi ad assaltare l'ultima citta ribelle. Il 4 maggio giunse al campo austriaco, il vegliardo 84enne Maresciallo con tre arciduchi - i due figli dell'ex-vicerè di Milano e l'arciduca Guglielmo. Il giorno dopo, il 5 maggio, 150 cannoni iniziarono un terribile bombardamento contro il forte di Marghera, comandato dal colonnello napoletano Girolamo Ulloa e difeso da duemilacinquecento uomini. I difensori dell'ingresso di Venezia, non solo sostennero per tutto il giorno con ammirabile coraggio il fuoco, ma con le loro artiglierie, comandate dal maggiore Mezzacapo, risposero con estrema violenza, distruggendo diverse batterie nemiche e producendo agli Austriaci delle gravissime perdite. La sera stessa del 5 maggio, cessato il fuoco, si presentava alla lunetta n.13 un parlamentare austriaco latore di una lettera dell' Haynau al comandante di Marghera e di un proclama del Radetzky in data 4 maggio agli abitanti di Venezia:
Manin rispose rimandando il decreto del 2 aprile "della resistenza ad ogni costo" aggiungendo che confidava nella mediazione della Francia e dell'Inghilterra,

Il 16 maggio, all' Haynau, partito per l'Ungheria, succedeva il maresciallo Thurn. Continuavano intanto i bombardamenti, i lavori di approccio ma anche le audaci sortite dei veneziani. Il 27 maggio, gli Austriaci occuparono Marghera. Con l'abbandono del forte, la difesa veneziana si restrinse dentro i limiti della Laguna
Non potendo espugnare la città attraverso la via del ponte, gli Austriaci escogitarono un mezzo molto singolare ma estremamente cinico, (che purtroppo farà poi scuola quando si usarono gli aerei) consistente nel bombardamento della città dall'alto con palloni aerostatici carichi di granate e di bombe; ma il risultato fu solo quello di distruggere case e chiese vuote, con nessuna vittima perché c'era tutto il tempo per mettersi in salvo; allora si cominciò a colpire Venezia con grossi pezzi da ventiquattro.
Circa 1000 proiettili, iniziarono a cadere quotidianamente sulle case, sulle calli, nei campi e nei campanili, incendiando Venezia ovunque, facendo questa volta anche molte vittime insieme allo scempio di secolari palazzi, chiese, tesori d'arte. 

Il bombardamento durò quasi ininterrottamente 24 giorni e ben 20.000 proiettili caddero sulla città che volevano "liberare", mentre la volevano solo terrorizzare, distruggendo quello che i veneziani avevano di più caro della loro stessa vita: la Venezia della Serenissima!
Il vettovagliamento di Venezia cominciò a trovarsi in gravi ristrettezze, né bastavano le audaci sortite a procurare sufficiente cibo. Ai mali della guerra si aggiunsero quelli della fame e nel caldo e afoso di luglio scoppiò anche il colera, e come se ciò non bastasse scarseggiavano le munizioni,
Purtroppo non c'era altra via di salvezza che la resa; erano cadute ad una ad una tutte le illusioni e le speranze: la vittoria austriaca in Ungheria, nessun aiuto della Francia e dell'Inghilterra, la guerra del Regno Sardo finita con una disfatta, tutti gli altri stati di nuovo tornati ad essere austriaci o filo-austriaci per convenienza o per il terrore. Inoltre c'era l'intero esercito austriaco del Radetzky, ormai disimpegnato, integro, pronto a riversarsi tutto su Venezia. Anzi come aveva scritto Radetzky "pronto ad infliggervi il flagello della guerra fino allo sterminio".
Prima di rassegnarsi a trattare con il nemico, Manin lasciò passare ancora quattro giorni.

L' 11 agosto scrisse a De Bruck annunciandogli di avere avuto pieni poteri e dicendosi disposto a riprendere le trattative "sulle clausole positive di una convenzione che sia conciliabile con l'onore e la salvezza di Venezia". Il giorno 16 agosto giunse l'arrogante risposta del De Bruck. Il ministro diceva che:"...dopo l'ostinata resistenza, non era più il caso di parlare di trattative, ma di resa assoluta, pur tuttavia, per dar prova della generosità del governo austriaco, il Radetzky confermava le concessioni che aveva accordato con il proclama del 4 maggio".

La lettera del De Bruck diceva inoltre di rivolgersi per l'esecuzione dei patti al generale Gorzkowski , nuovo comandante del Corpo d'assedio, ed era accompagnata da un altro proclama del Radetzky, in data del 14 agosto, in cui il maresciallo, annunziando la conclusione della pace tra l'Austria e il Regno di Sardegna, scriveva… l'ultima "doccia fredda" per i Veneziani:
"…con questo avvenimento svaniscono le ultime speranze che alcuni fra voi riponevano in una nuova ripresa delle ostilità".
Daniele Manin per evitare la distruzione totale dell'amata città non esitò. Era necessario capitolare; le condizioni della città erano tali che ancora un giorno d'indugio sarebbe stato fatale a Venezia.

Il 19 agosto, la commissione, formata dal Cavedalis, da Detaico, Medin e di Niccolo' Priuli , si recò a Fusina, ma il generale Gorzkowski affermò che non aveva ancora ricevuto istruzioni e che lui non avrebbe fatto cessare i bombardamenti se prima non gli giungevano quelle della totale resa. E i cannoni nemici continuarono a lanciare bombe e granate sull'eroica città fino al 22 di agosto. Altri quattro giorni di scempi di palazzi e di tesori d'arte.
Solo quel giorno il Gorzkowski fece sapere di avere ricevuto facoltà di trattare e invitò la commissione ad un incontro. La commissione, alla quale, si aggiunsero l'avvocato Calucci e il negoziante Antonini, si affrettò a recarsi alla villa Papadopoli, quartier generale austriaco, e qui la sera stessa firmò i patti della resa,
Il 27 agosto, furono consegnati l'arsenale e la flotta e partirono per l'esilio Daniele Manin, Guglielmo Pepe, Niccolo' Tommaseo e ai quaranta cittadini i cui nomi figuravano nella lista del Gorzkowski, e si aggiunsero tutti quelli che non vollero sopportar la dominazione dell'odiato straniero. Il 27 agosto, gli Austriaci, presero possesso della città, silenziosa, quasi in lutto, e il 30 vi fece il suo ingresso il Radetzky, il quale assistette ad una Messa solenne celebrata dal Patriarca per ringraziare Iddio di avere restituito Venezia (mezza distrutta) al legittimo sovrano. Il giorno dopo fu dato il governo civile e militare al generale Gorzkowski che si affrettò a mettere la città sotto stato d'assedio.
( Descrizione e immagini ricavate dal sito http://www.cronologia.it/storia/a1848f.htm )


 12-9-2010