Bellissimo elmetto americano tipo "M-1917" con tre fregi dipinti a mano, molto probabilmente alla fine del 1918 o nel gennaio 1919 al momento di rientrare in patria. Furono infatti numerosi i soldati americani che, a ricordo della loro partecipazione al primo conflitto mondiale, dipinsero sui loro elmetti le insegne divisionali o di armata. L'elmetto presenta sui due lati il fregio dipinto della 3° Armata statunitense, costituito da una “A” bianca inscritta all’interno di un cerchio rosso, su un tondino blu chiaro. Secondo una plausibile ipotesi, sebbene non sia accertata, la lettera “A” stava per Austria, a ricordo dell’occupazione della Carinzia.
Sul fronte invece è dipinto un fregio che riproduce le bandiere incrociate italiana e americana, immagine quasi sicuramente ripresa da un un simpatico pin propagandistico distribuito nel maggio del ‘1918 a civili e militari, ricamato in seta policroma e munito al retro di spillone.
L'elmetto è mancante del soggolo ma ha ancora il interno originale, seppure in condizioni ovviamente "vissute".
In questo caso, quindi, il soldato americano doveva far parte del 332° Reggimento di fanteria dell’83^ Divisione che, giunto in Italia il 28 luglio 1918, venne trasferito prima a Sommacampagna e poi a Valeggio sul Mincio e solo il 2 ottobre ricevette l'ordine di partenza verso il fronte del Piave.
Il 1° e 2° battaglione attraversarono Treviso (4 ottobre) spostandosi nelle campagne circostanti lungo il corso del Sile, dove si esercitarono nel superamento dei fiumi, in preparazione del previsto vero assalto sul Piave. A distanza di qualche giorno, giunse anche l’ultimo battaglione e il 332° al gran completo era pronto ad iniziare la sua …strana guerra!
Dopo esser stato inquadrato col contingente britannico nella X Armata, dal mese d’ottobre fu posto alle dipendenze della III Armata del Regio esercito italiano, dispiegata da Treviso fino alla costa adriatica. Di buon mattino, ciascuna compagnia del 332nd Infantry Regiment veniva preparata in ordine di marcia allungato, badando di far procedere i soldati in fila doppia, dando così l’impressione d’esser composta da molti di più uomini di quanti in effetti fossero. Le strade percorse erano le più vicine e visibili dalle prime linee italiane e nello stesso tempo a quelle austriache, poste sulla sponda sinistra del Piave. La finalità di queste manovre aveva la duplice funzione di rincuorare i combattenti italiani, che ritenevano di poter contare sul vicino appoggio di massicce forze statunitensi, ma nello stesso tempo confondere i comandi austroungarici sulla consistenza numerica dell’avversario. Così, gli austriaci si andarono sempre più convincendo di aver di fronte almeno metà dell’esercito degli …Stati Uniti d’America!
Nel frattempo fervevano i preparativi per l’offensiva finale contro gli austroungarici e il 332° fu assegnato alla 31^ Divisione del Regio esercito italiano raggiungendo, il 28 ottobre, il settore del fronte affidatogli che si estendeva per un paio di chilometri lungo le sponde del Piave, a fianco della Brigata Veneto, vicino al paese di Varago (Treviso). Il 31 ottobre, il 332° fu posto in avanguardia della 31^ Divisione e alle ore 9 attraversò il Piave, incalzando le retroguardie nemiche che rapidamente gi? ripiegavano, procedendo verso il Tagliamento che fu raggiunto nel tardo pomeriggio del 3 novembre. In vista della linea di difesa impostata dagli austriaci al di là del fiume, gli americani stabilirono di ritardare l’attacco, guadando il fiume all’alba del mattino seguente. Per la notte, il col. Wallace dispiegò il reggimento su un fronte largo circa cinque chilometri, ponendo il 2° battaglione sull’ala destra, il 3° a quella sinistra e il 1° al centro, quest’ultimo in posizione arretrata come riserva. Dalla sponda opposta, ancora saldamente presidiata da un battaglione austriaco in armi e ben appostato, il silenzio della notte fu rotto dalla voce di un tenente asburgico che invitava gli americani a non attaccare, poiché un armistizio era ormai imminente. Il capitano Austin Story, comandante del 3° battaglione, non avendo ricevuto alcuna notizia in tal senso, replicò agli austriaci che avrebbero piuttosto fatto meglio a tener basse le loro teste (we're going to blow you up, get your heads down)! Alle 5.40 del 4 novembre, il 2° battaglione comandato dal maggiore Scanland, mosse col favore delle tenebre attraversando il letto del fiume, in corrispondenza delle rovine del Ponte della Delizia fatto brillare dai genieri austriaci. Appena raccoltisi sull’altra sponda, i fischietti dei sottufficiali lanciarono all’assalto le Compagnie K e H (quest’ultima in retroguardia) portato con fucili, bombe a mano e fucili-mitragliatori, cogliendo di sorpresa i difensori. Invero, le mitragliatrici e i cannoni austriaci risposero, reagendo con un vivace fuoco d’artiglieria e con le mitragliatrici Schwarzlose, tuttavia i tiri si concentravano sulla sponda opposta del fiume, sulle posizioni di partenza da poco abbandonate dagli americani. In meno di venti minuti, al minimo costo di un caduto (il caporale Charles S. Kell, colpito da un proiettile in piena fronte) e sei feriti, gli assaltatori di Scanland ebbero la meglio e il 332° fu il primo reparto Alleato ad oltrepassare il Tagliamento. Consolidata in profondità la testa di ponte, con la cattura di diversi nidi di mitragliatrice e di qualche cannone, il 332° si spinse verso Codroipo dove catturò intatto un enorme deposito di armi, munizioni e materiali. Alle ore 15 del 4 novembre entrava in vigore l’armistizio e cessavano le ostilità, ma per gran parte della notte gli americani rimasero impegnati a rastrellare e concentrare i prigionieri, che ormai affluivano a decine di migliaia. Tra questi vi erano alcuni generali e ufficiali di Stato Maggiore che, quando interrogati dal col. Wallace, si dichiararono increduli sull’esiguità delle forze statunitensi che avevano creduto di fronteggiare: secondo il loro controspionaggio, sul fronte italiano dovevano operare almeno sei divisioni per un complesso di circa 300.000 uomini!
I termini dell’armistizio consentivano adesso il libero movimento degli eserciti Alleati sul suolo austriaco e la strada per Berlino si era quindi aperta da meridione, così il 332° ricevette l’ordine di muovere verso l’Austria inferiore. Attraversati Rivolto, La Santissima, Pozzuolo, Buttrio, Orsaria, Ipplis e Cormons, fu raggiunta Tolmino, dove pervenne anche la conferma della resa tedesca senza condizioni (11 novembre). Mentre gli uomini apprendevano del secondo armistizio, la loro felicità ebbe vita breve poiché, almeno per il momento, non si ritornava ancora a casa: il col. Wallace già riceveva istruzioni per dividere il reggimento e procedere all’occupazione di difficili territori appartenuti all’Impero asburgico e ora rimasti in balia di se stessi. Dopo alcuni giorni spesi in attività d’ordine pubblico nell’alto Friuli e in Austria, un plotone del 2° battaglione ricevette l’ordine di raggiungere Mestre, dove congiungersi con l’intero 3° battaglione che lo seguiva appresso. Raggiunto il porto di Venezia, il 15 novembre questo primo contingente americano si imbarcò alla volta di Fiume sul cacciatorpediniere Audace, la stessa unità che pochi giorni prima aveva sbarcato il Re d’Italia Vittorio Emanuele III a Trieste liberata, in quello che oggi appunto si chiama Molo Audace. Giunsero nel porto di Fiume nella mattina del 17, freddamente accolti dalla sospettosa popolazione in una città che pareva italiana, imbandierata in ogni dove del tricolore. Poco dopo, partiva da Venezia anche il resto del 2° battaglione, imbarcato sulla nave ospedale austriaca Argentine di preda bellica, ormeggiatasi il 28 novembre nella baia di Cattaro in Dalmazia.
Fu così avviata, ante-litteram, quella che oggigiorno si definisce missione di peace-keeping, ponendo dei presidi a Cetinje e in altri centri del Montenegro, tra cui Cattaro, Zelenika e Teodo. Nella turbolenta area dei Balcani, infatti, si moltiplicavano i moti autonomisti e gli scontri tra etnie, bande e fazioni, quando faticosamente nasceva l’artificiosa unione jugoslava e mentre altri ancora rivendicavano l’italianità delle regioni Istria e Dalmazia. Nei più tranquilli presidi di Fiume e del Quarnaro la presenza americana si limitò al controllo e mantenimento dell’ordine pubblico, col 3° battaglione e il plotone del 2°, mentre nell’area montenegrina la situazione era assai problematica e turbolenta, e il grosso del 2° battaglione si ritrovò più volte a frapporsi negli scontri a fuoco tra parti rivali. Conclusa con successo la propria missione nel febbraio del 1919, il 332° si predispose al rientro in patria. I contingenti del 2° e 3° battaglione impegnati oltre Adriatico, si riunirono a Genova, presto raggiunti dal 1° che era invece rimasto a presidiare l’Austria inferiore e da altri reparti provenienti dalla Francia. Il primo marzo fu effettuata la distribuzione generalizzata del nuovo patch reggimentale, già autonomamente adottato dagli ufficiali che se l’erano fatto confezionare quando a Venezia. Il 29 marzo, il piroscafo Canopic e il transatlantico Duca D’Aosta partivano alla volta di Marsiglia e Gibilterra prima, New York poi. Dopo la grande sfilata nella Fifth Avenue, presenti oltre 350.000 spettatori festanti, il 332° cominciò il proprio viaggio a ritroso, passando per Camp Merritt e poi a Camp Sherman nell’Ohio. Il 26 aprile il reggimento sfilò per l’ultima parata, attraversando le strade di Cleveland, con in testa il comandante Wallace seguito dai 350 soldati originari di quella città, che anticipavano lo sfilamento dell’intero reparto. In un tripudio di bandiere, coriandoli e stelle filanti, si concludeva così la breve storia dei doughboys che esibivano orgogliosamente al braccio la loro bella insegna rosso-oro, costituita dal leone alato di San Marco a ricordo del fronte d’operazioni adriatico. Tra il 2 e il 5 maggio del 1919 fu completata l’intera smobilitazione dei tre battaglioni che avevano composto il reggimento.