Italia ( 1872-1913 )
RARA MEDAGLIA PER IL 50° ANNIVERSARIO DELLA SOLLEVAZIONE DI VENEZIA NEL 1848
Prezzo: Euro 300,00 - cod. nr. 22193

Daniele Manin mentre parla alla folla in piazza San Marco
Bellissima medaglia in bronzo coniata nel 1898 dagli Stabilimenti S. Johnson di Milano, per commemorare il cinquantesimo anniversario della Sollevazione di Venezia nel 1848. Questa medaglia fu distribuita ai soli superstiti dell'insurrezione e della difesa di Venezia che difesero Vicenza tra il 17 marzo 1848 ed il 27 agosto 1949, contro le truppe austriache. La medaglia misura 38 mm di diametro ed è completa  del suo nastro celeste, consono ma non coevo.

In concomitanza ed in conseguenza degli avvenimenti europei e della notizia della
Rivoluzione scoppiata a Vienna nel marzo del 1848 insorsero le città di Milano,
Venezia ed altre città del Lombardo-Veneto. Le guarnigioni austriache si ritirarono velocemente nelle sicure fortezze del Quadrilatero.  Si venivano nel frattempo costituendo formazioni di volontari, elemento caratteristico della guerra del 1848.
A Venezia la notizia dei fatti di Vienna giunse da Trieste con una nave il 17, e fu questa notizia a scatenare l'insurrezione non solo a Venezia ma in tutto il Veneto e in Lombardia. La popolazione minacciosa si concentrò su piazza San Marco e il suo primo pensiero fu quello di andare all'assalto dell'Arsenale e dirigersi al palazzo del governatore per far immediatamente liberare Manin e Tommaseo dalle carceri. Il governatore conte Luigi Pallfy, dopo breve esitare, temendo di provocare l'ira della moltitudine con un rifiuto, o meglio per salvare la pelle, ordinò la liberazione dei due patrioti, i quali furono tratti dal carcere e portati in trionfo dalla folla esultante in piazza S. Marco. La cacciata da Venezia degli Austriaci, con la lunga, eroica, disperata resistenza della città all'asssedio degli oppressori, rappresentano, senza dubbio due episodi che sono tra i più eroici e sfolgoranti della storia e della riscossa dei Veneziani. Daniele Manin, portato in trionfo a Piazza San Marco, fu posto a capo del Governo provvisorio. Nello stesso giorno (22 marzo) fu proclamata la Nuova Repubblica Veneta di San Marco e Manin fu eletto ovviamente presidente.

Ma tristi notizie cominciavano a giungere a Venezia da ogni parte, soprattutto dalla Lombardia dopo la rovinosa, maldestra e piuttosto ambigua guerra di Carlo Alberto; gli Austriaci una dietro l'altra riconquistavano le città che si erano autonomamente liberate; Udine, Belluno, Vicenza, Padova, sull'onda emotiva del momento, erano insorte emulando Venezia e Milano, ma avevano dovuto purtroppo cedere dopo un'eroica resistenza combattuta dentro le città, nelle stesse strade cittadine. Sembrava che Venezia soltanto fosse rimasta a lottare compatta per la propria libertà e la sua indipendenza.
L' 11 ottobre 1848 -dopo già sette mesi di assedio- riunitasi l'Assemblea, furono confermati i pieni poteri al Manin, al Cavedalis e al Graziani. Passarono i mesi, e si entrò nel successivo anno. Gli austriaci nel frattempo concentrarono sulla terra ferma truppe e cannoni decisi a punire severamente la Serenissima; era solo una questione di tempo. E il tempo non giocò a favore dei Veneziani.
Radetzky dopo aver quasi risolta la situazione a Milano, concentrò trentamila soldati davanti a Marghera per prepararsi ad assaltare l'ultima citta ribelle. Il 4 maggio giunse al campo austriaco, il vegliardo 84enne Maresciallo con tre arciduchi - i due figli dell'ex-vicerè di Milano e l'arciduca Guglielmo. Il giorno dopo, il 5 maggio, 150 cannoni iniziarono un terribile bombardamento contro il forte di Marghera, comandato dal colonnello napoletano Girolamo Ulloa e difeso da duemilacinquecento uomini. I difensori dell'ingresso di Venezia, non solo sostennero per tutto il giorno con ammirabile coraggio il fuoco, ma con le loro artiglierie, comandate dal maggiore Mezzacapo, risposero con estrema violenza, distruggendo diverse batterie nemiche e producendo agli Austriaci delle gravissime perdite.

Continuavano intanto i bombardamenti, i lavori di approccio ma anche le audaci sortite dei veneziani. Il 27 maggio, gli Austriaci occuparono Marghera. Con l'abbandono del forte, la difesa veneziana si restrinse dentro i limiti della Laguna. Non potendo espugnare la città attraverso la via del ponte, gli Austriaci escogitarono un mezzo molto singolare ma estremamente cinico, (che purtroppo farà poi scuola quando si usarono gli aerei) consistente nel bombardamento della città dall'alto con palloni aerostatici carichi di granate e di bombe; ma il risultato fu solo quello di distruggere case e chiese vuote, con nessuna vittima perché c'era tutto il tempo per mettersi in salvo; allora si cominciò a colpire Venezia con grossi pezzi da ventiquattro. Circa 1000 proiettili, iniziarono a cadere quotidianamente sulle case, sulle calli, nei campi e nei campanili, incendiando Venezia ovunque, facendo questa volta anche molte vittime insieme allo scempio di secolari palazzi, chiese, tesori d'arte.

Il bombardamento durò quasi ininterrottamente 24 giorni e ben 20.000 proiettili caddero sulla città che volevano "liberare", mentre la volevano solo terrorizzare, distruggendo quello che i veneziani avevano di più caro della loro stessa vita: la Venezia della Serenissima!
Il vettovagliamento di Venezia cominciò a trovarsi in gravi ristrettezze, né bastavano le audaci sortite a procurare sufficiente cibo. Ai mali della guerra si aggiunsero quelli della fame e nel caldo e afoso di luglio scoppiò anche il colera, e come se ciò non bastasse scarseggiavano le munizioni,
Purtroppo non c'era altra via di salvezza che la resa; erano cadute ad una ad una tutte le illusioni e le speranze: la vittoria austriaca in Ungheria, nessun aiuto della Francia e dell'Inghilterra, la guerra del Regno Sardo finita con una disfatta, tutti gli altri stati di nuovo tornati ad essere austriaci o filo-austriaci per convenienza o per il terrore. Inoltre c'era l'intero esercito austriaco del Radetzky, ormai disimpegnato, integro, pronto a riversarsi tutto su Venezia. Anzi come aveva scritto Radetzky "pronto ad infliggervi il flagello della guerra fino allo sterminio".
Prima di rassegnarsi a trattare con il nemico, Manin lasciò passare ancora quattro giorni. E i cannoni nemici continuarono a lanciare bombe e granate sull'eroica città fino al 22 di agosto. Altri quattro giorni di scempi di palazzi e di tesori d'arte.
Solo quel giorno il Gorzkowski fece sapere di avere ricevuto facoltà di trattare e invitò la commissione ad un incontro. La commissione, alla quale, si aggiunsero l'avvocato Calucci e il negoziante Antonini, si affrettò a recarsi alla villa Papadopoli, quartier generale austriaco, e qui la sera stessa firmò i patti della resa,
Il 27 agosto, furono consegnati l'arsenale e la flotta e partirono per l'esilio Daniele Manin, Guglielmo Pepe, Niccolo' Tommaseo e ai quaranta cittadini i cui nomi figuravano nella lista del Gorzkowski, e si aggiunsero tutti quelli che non vollero sopportar la dominazione dell'odiato straniero. Il 27 agosto, gli Austriaci, presero possesso della città, silenziosa, quasi in lutto, e il 30 vi fece il suo ingresso il Radetzky, il quale assistette ad una Messa solenne celebrata dal Patriarca per ringraziare Iddio di avere restituito Venezia (mezza distrutta) al legittimo sovrano. Il giorno dopo fu dato il governo civile e militare al generale Gorzkowski che si affrettò a mettere la città sotto stato d'assedio.
( Descrizione e immagini ricavate dal sito http://www.cronologia.it/storia/a1848f.htm )
 

 20-6-2017