Italia (1919-1939)
RARISSIMO CAPPELLO ALL'ALPINA DI UN FAMOSO CONSOLE COMANDANTE DI STATO MAGGIORE DELLA MVSN E DELLA R.S.I.
Prezzo: Euro 1300,00 - cod. nr. 20996
In order to translate from Italian, please, choose your preferred language from the Google Translator Menu at the bottom.

Bellissimo "cappello alpino" originale appartenuto al Console Eugenio Caradonna, Comandante di Stato Maggiore della 109° Legione d'assalto "Filippo Corridoni" di Macerata.
La certezza dell'appartenenza del cappello al Console Caradonna è data dal suo contemporaneo ritrovamento insieme allo spencer nero sul quale è cucita l'etichetta della sartoria napoletana con il nome del proprietario.

Questo esemplare è fabbricato in feltro grigio verde con fascia di nastro nero alta 45 mm e bordo di seta nera. Il fregio sul cappello, illustrato nelle foto, è quello istituito nel 1927  con la circolare n. 10 del 1° febbraio è costituito da un nuovo fascio che ha la scure d'argento al lato del fascio di verghe, tenuta da una verga più piccola terminante con una testa di leone. Questo fascio, chiamato "fascio littorio" rimarrà in uso per tutto il periodo fascista e ne sarà il simbolo. Il fregio è ricamato in filo d'oro e d'argento su panno rubbio con sotto un tondino piatto con applicato il simbolo dello Stato Maggiore. Il distintivo di grado, posto sul lato sinistro del copricapo, è costituito da un grosso gallone dorati a "V" rovesciata al centro del quale sono posizionate le tre stelle a cinque punte in canutiglia dorata sottopannate di robbio, ad indicare il grado di Console comandante.  Il soggolo a treccia è costituito da più cordoncini di seta intrecciati di color oro, nero e bianco. L'interno è foderato di leggera seta bianca completato da una fascia parasudore in pelle morbida di colore marrone. Il cappello, di taglia media ( 57 ), è inottime condizioni di conservazione con solo alcune piccole camolature visibili sulla calotta.

Il Console Eugenio Caradonna, fratello del più noto On.le Giuseppe Caradonna, fu uno dei partecipanti alla dannunziana Impresa di Fiume e subito dopo alla Marcia su Roma. Squadrista della prima ora, faceva parte di quel nucleo di fascisti d'assalto pronti a tutto. Scrive, infatti, Giorgio Alberto Chiurco nella sua monumentale opera "Storia della Rivoluzione Fascista" che, a settembre del 1921 era a Ferrara per un incontro segreto organizzato sa Balbo: "convegno del quale Mussolini era a conoscenza, in cui si configurava anche di uccidere Nitti nel caso di un suo ritorno al potere." Questo avrebbero dovuto farlo lo stesso Chiurco, Codeluppi e Caradonna.
Entrato nelle file della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale, divenne Capo di Stato Maggiore della 109° Legione dislocata a Macerata nella sua regione di residenza. Nel 1941 partecipò con la sua legione alla campagna di Grecia in organico alla Divisione "Parma" ma, per lunghi periodi aggregata alla Divisione Alpina "Tridentina" e poi alla "Cuneense".

L'8 settembre 1943, al momento dell'armistizio, il capoluogo della regione, Ancona, era presidiato da circa 4.000 soldati al comando del generale Rodolfo Piazzi. Quattro giorni più tardi, il 12 settembre, si verificò ad Ancona un episodio forse unico nel suo genere: dietro richiesta formale dei capi antifascisti, gli ex gerarchi rinchiusi nel carcere di Santa Palazia vennero rilasciati. Ventiquattro ore dopo, gli esponenti antifascisti conclusero una alleanza di fatto con i capi fascisti in nome dei superiori interessi di tutta la collettività. Ma il precipitare degli avvenimenti mise termine ben presto ad ogni generosa illusione. Tra il 15 e il 16 settembre, infatti, le truppe tedesche circondarono Ancona: il giorno 17 la Wehrmacht occupò senza colpo ferire la città e disarmò i 4.000 soldati di guarnigione che vennero inviati, in blocco, verso i Lager della Germania.
L'entrata dei tedeschi in Ancona ruppe di conseguenza il "fronte unico" tra fascisti e antifascisti concluso il 13 settembre, e diede l'avvio, anche nella città adriatica, alla nascita del fascismo repubblicano. Il 20 settembre, su iniziativa del console Eugenio Caradonna, si ricostituì la 109° legione della Milizia. Il 20 settembre 1943 Caradonna firmò un bando bilingue, italiano e tedesco, che intimava ai militari sbandati della provincia di Macerata di presentarsi entro 3 giorni pena il deferimento al tribunale militare di guerra e la fucilazione. Tre giorni più tardi Caradonna firmò il bando di arruolamento nei reparti speciali della Milizia ricostituita da Renato Ricci.

Alla fine del 1943 Caradonna si spostò al nord mettendosi a disposizione delle forze di polizia della R.S.I. venendo nominato questore ausiliario di Alessandria. Si mise particolarmente in luce nella caccia agli ebrei della zona che, una volta arrestati, faceva trasferire nel Lager di transito di Fossoli vicino a Carpi. Alla fine della guerra venne arrestato e rinchiuso nel carcere di San Vittore a Milano dove fu tra i protagonosti della sanguinosa rivolta della Pasqua del 1946. In queste rivolte, con una popolazione carceraria cresciuta a dismisura, in presenza di numerosi ex fascisti condannati per crimini o in attesa di giudizio, di criminali comuni e anche, sebbene in misura minore, di ex partigiani non adattatisi alla vita civile, si univano a moventi politici - sono spesso i fascisti detenuti a fomentarle - le reali condizioni di sovraffollamento (i detenuti sono 1800), le difficoltà di approvvigionamenti alimentari, la mancanza di letti e coperte, in un clima di opinione pubblica che vedeva nelle carceri uno strumento di repressione contro i fascisti. Il 21 aprile i detenuti, capeggiati dall’ex milite della Muti a famigerato bandito Enzo Barbieri e dall’ex gerarca Caradonna si impadroniscono di tutto il carcere, tengono prigionieri venticinque ostaggi e muniti di mitra, pistole e bombe a mano, ingaggiano sanguinosi scontri a fuoco con le forze dell’ordine. Alcuni membri della Consulta inviano un telegramma al ministro degli interni Romita e al guardasigilli Togliatti per sollecitare una pronta repressione della rivolta; la federazione comunista milanese protesta per l’atteggiamento conciliatore del questore che sceso a patti con i rivoltosi. Il 24 aprile, quando i reparti dell’esercito e della polizia (si parla di pi di mille uomini) che circondano San Vittore hanno ricevuto l’ordine dal ministero dell’interno di sedare con ogni mezzo la sedizione, i 3400 detenuti si arrendono, liberando gli ostaggi e consegnandoli agli assedianti. Pesante il bilancio delle vittime: si parla di otto morti e sessanta feriti tra detenuti e forza dell’ordine. Caradonna, condannato alla pena capitale dalla Corte d'assise straordinaria con sentenza del 23 giugno 1945 quale responsabile di collaborazionismo e di crimini di guerra, fu tradotto al penitenziario di Procida nell'aprile del 1947 in attesa dell'esito di ricorso avverso a detta sentenza. Potè in seguito usufruire dell'Amnistia generale voluta da Togliatti per mettere la parola fine alla guerra civile.


 
 
 
 

 6-12-2015
(