Italia (1940-1945)
ECCEZIONALE LOTTO DI UN UFFICIALE ITALIANO PRIGIONIERO NELLO "STALAG XX A" CON PIASTRINO, FOTO E POSTKARTE
Prezzo: Euro 500,00 - cod. nr. 24376
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Il tenente Mario Bartoli (al centro) in una foto scattata a Tirana (Albania) pochi giorni prima di essere fatto prigioniero dopo l'8 settembre 1943

Lotto veramente eccezionale composto da diversi oggetti  appartenuti ad un tenente della Regia Aeronautica che ha combattuto in Africa Settentrionale e in Albania dove, è stato fatto prigioniero dai tedeschi subito dopo l'8 settembre 1943.


Il Tenente Mario Bartoli faceva sicuramente parte della 5° Squadra Aerea che, nel periodo settembre ottobre 1942 (la data è quella indicata sul retro della foto che lo ritrae con un commilitone a Derna) appoggiò la corsa in avanti delle truppe di di Rommel prima e durante la battaglia di El Alamein. Il Comando di Squadra era situatio proprio a Derna.


Ci sono altre due foto "turistiche" scattate nello stesso periodo in Tripolitania, quando ancora le forze dell'Asse non erano state battute ed era iniziata la ritirata che aveva portato il Comando di Squadra a spostarsi prima Sfax nel gennaio 1943 e poi a Tunisi dove il 15 marzo 1943, la 5°Squadra Aerea venne sciolta.


Non sappiamo con esattezza quando il tenente Bartoli fu trasferito ma una terza foto lo ritrae nell'agosto del 1943 a Tirana, dove pochi giorni dopo fu fatto prigioniero dai tedeschi come tutte i militari italiani presenti l'8 settembre 1943 in Albania.
Gli ordini confusi dall’Italia crearono altrettanta confusione negli alti comandi militari in Albania. Questa confusione fu abilmente sfruttata dai tedeschi che erano riusciti a penetrare a Tirana, i quali inizialmente con toni amichevoli consigliarono al generale Ezio Rosi, comandante del Gruppo Armate Est (che pure aveva sede a Tirana), il disarmo, promettendo lo spostamento della truppa verso l’Italia. Dopo avere occupato i punti chiave della città, l’aeroporto di Rinas e il porto di Durazzo i toni diventarono più minacciosi. Il Generale Rosi, che cercava di prendere tempo nella speranza di avere ordini più chiari, venne prelevato dal comando e sostituito con il generale Renzo Dalmazzo, il quale ordinò il disarmo e la partenza; si pensava verso l’Italia, ed invece ebbe inizio la deportazione.


I soldati italiani vengono avviati verso i Lager tedeschi, caricati in vagoni piombati, senza cibo e senza acqua; dal confine con l'Olanda fino alla Bielorussia, l'esercito italiano viene disperso in centinaia di Lager attraverso un viaggio che poteva durare dalle due alle tre settimane.
In osservanza a una disposizione di Borman che temeva il loro nocivo influsso, gli ufficiali vennero separati dai soldati e inviati nei Lager di Polonia. Qui arrivò anche il tenente Bartoli, destinato allo M-Stammlager XX A situato a Thorn/Torun, una città del nord della Polonia sul fiume Vistola, la cui struttura era costituita da 15 vecchi forti costruiti alla fine dell'800 per difendere la città da un eventuale attacco da Est. Al 1° ottobre 1943, lo Stalag XX A ospitava 14.984 prigionieri tra i quali una buon numero di IMI (Internati Militari Italiani) che era la definizione creata dai tedeschi per distinguere i nostri prigionieri da quelli "di guerra" che erano soggetti alle regole della Convenzione di Ginevra.


Per gli IMI il primo contatto con la realtà del Lager coincise con il disbrigo delle formalità d'ingresso, che consistevano nella fotografia di rito e nell'assegnazione di un piastrino di riconoscimento su cui erano incisi la sigla numerica delo Stalag e il numero del prigioniero.
La scheda personale, oltre ai dati anagrafici, le impronte digitali e il recapito in patria del prigioniero conteneva anche le informazioni su attitudini professionali specifiche, conoscenze linguistiche, eventuali pene già scontate, vaccinazioni e malattie. Gli Stalag erano riservati a sottufficiali e truppa, mentre gli ufficiali erano destinati agli Oflag (Offizier-Lager) anche se alcuni lager, come lo Stalag XXA ospitavano gli uni e gli altri. I prigionieri erano detenuti in caserme che facevano parte dei forti.  Dopo essere stati schedati, venivano avviati verso i blocchi adibiti a camerate. Ogni stanza conteneva 32 uomini.


Di questo primo periodo di prigionia il tenente Bartoli aveva conservato l'effetto personale più importante e caratterizzante: il piastrino di riconoscimento, ancora con il cordoncino originale che serviva a portarlo al collo, che riporta il mome del lager "STALAG XXA" e il numero a lui assegnato "45276".
Il piastrino è quello tipico dei prigionieri, realizzato in zinco, di forma rettangolare con cinque aperture orizzontali che dividono il piastrino in due parti identiche ma sovrapposte e due fori per parte dove far passare il cordoncino. Queste sottili aperture che dividevano le due parti del piastrinoi, permettevano di spezzare facilmente in due  il piastrino quando si verificava un decesso, così da inviare al comando una delle due parti e lasciare l'altra sul corpo. Era lo stesso sitema utilizzato per i piastrini dei militari tedeschi di tutte le armi.


Il 9 ottobre 1943, probabilmente poco dopo essere arrivato al campo, Mario Bartoli era miracolosamente riuscito a spedire (forse perchè ufficiale) una Postkarte (cartolina postale) alla moglie che risiedeva a Roma. La cartolina giunse a destinazione nel dicembre del 1943 come indica il timbro rotondo ed è completa del timbro di controllo triangolare delo Stalag M-XXA. Non sappiamo quando ricevette la risposta sicuramente inviata con l'altra metà della cartolina, già predisposta per questo scopo. per giungere a destinazione, una lettera spedita dall'Italia settentrionale impiegava almeno un mese, mentre una spedita dal sud poteva metterci anche quattro mesi.

Questa cartolina fa parte del lotto e ci fornisce una indiretta conferma dei dati che ritroviamo sul piastrino, cioè il nome dello Stalag dove era imprigionato e il suo numero di prigioniero. Bartoli fu successivamente spostato in un altro campo lo Stalag 357, a Fallingbostel ai bordi della Germania settentrionale, equidistante tra Brema ed Amburgo. Da qui i prigionieri furono fatti marciare verso ovest a metà aprile del 1945 finchè non finirono incontro ad una divisione corazzata americana che li liberò.

Mario Bartoli ha scritto un diario durante la sua prigionia, che è rimasto nelle mani degli eredi, nel quale scrive di essere stato liberato dai russi il che fa pensare che sia stato riportato allo Stalag XXA che effettivamente fu raggiunto dall'Armata Rossa. (Notize storiche tratte dal volume "Fiori dal lager" di Silvia Pascale)
 

Due foto scattate in Africa Settentrionale prima del trasferimento in Albania, dopo la sconfitta delle forze dell'Asse
 
 
   

 16-2-2020